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Internazionale | Guerre e Antimilitarismo

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Lettera agli ebrei italiani

category internazionale | guerre e antimilitarismo | opinioni author domenica 17 febbraio, 2008 22:16author by unknow

Di Franco Lattes Fortini. Il manifesto 24 maggio 1989.

Ogni giorno siamo informati della repressione israeliana contro la
popolazione palestinese. E ogni giorno più distratti dal suo significato,
come vuole chi la guida. Cresce ogni giorno un assedio che insieme alle
vite, alla cultura, le abitazioni, le piantagioni e la memoria di quel
popolo - nel medesimo tempo - distrugge o deforma l'onore di Israele. In uno
spazio che è quello di una nostra regione, alla centinaia di uccisi,
migliaia di feriti, decine di migliaia di imprigionati - e al quotidiano
sfruttamento della forza-lavoro palestinese, settanta o centomila uomini -
corrispondono decine di migliaia di giovani militari e coloni israeliani che
per tutta la loro vita, notte dopo giorno, con mogli, i figli e amici,
dovranno rimuovere quanto hanno fatto o lasciato fare. Anzi saranno indotti
a giustificarlo. E potranno farlo solo in nome di qualche cinismo
real-politico e di qualche delirio nazionale o mistico, diverso da quelli
che hanno coperto di ossari e monumenti l'Europa solo perché è dispiegato
nei luoghi della vita d'ogni giorno e con la manifesta complicità dei più.
Per ogni donna palestinese arrestata, ragazzo ucciso o padre percosso e
umiliato, ci sono una donna, un ragazzo, un padre israeliano che dovranno
dire di non aver saputo oppure, come già fanno, chiedere con abominevole
augurio che quel sangue ricada sui propri discendenti. Mangiano e bevono fin
d'ora un cibo contaminato e fingono di non saperlo. Su questo, nei libri dei
loro e nostri profeti stanno scritte parole che non sta a me ricordare.
Quell'assedio può vincere. Anche le legioni di Tito vinsero. Quando dalle
mani dei palestinesi le pietre cadessero e - come auspicano i 'falchi' di
Israele - fra provocazione e disperazione, i palestinesi avversari della
politica di distensione dell'Olp, prendessero le armi, allora la strapotenza
militare israeliana si dispiegherebbe fra gli applausi di una parte della
opinione internazionale e il silenzio impotente di odio di un'altra parte,
tanto più grande. Il popolo della memoria non dovrebbe disprezzare gli altri
popoli fino a crederli incapaci di ricordare per sempre.
Gli ebrei della Diaspora sanno e sentono che un nuovo e bestiale
antisemitismo è cresciuto e va rafforzandosi di giorno in giorno fra coloro
che dalla violenza della politica israeliana (unita alla potente macchina
ideologica della sua propaganda, che la Diaspora amplifica) si sentono
stoltamente autorizzati a deridere i sentimenti di eguaglianza e le
persuasioni di fraternità. Per i nuovi antisemiti gli ebrei della Diaspora
non sono che agenti dello Stato di Israele. E questo è anche l'esito di un
ventennio di politica israeliana.
L'uso che questa ha fatto della Diaspora ha rovesciato, almeno in Italia, il
rapporto fra sostenitori e avversari di tale politica, in confronto al 1967.
Credevano di essere più protetti e sono più esposti alla diffidenza e alla
ostilità.
Onoriamo dunque chi resiste nella ragione e continua a distinguere fra
politica israeliana ed ebraismo. Va detto anzi che proprio la tradizione
della sinistra italiana (da alcuni filoisraeliani sconsideratamente accusata
di fomentare sentimenti razzisti) è quella che nei nostri anni ha più
aiutato, quella distinzione, a mantenerla. Sono molti a saper distinguere e
anch'io ero di quelli. Ma ogni giorno di più mi chiedo: come sono possibili
tanto silenzio o non poche parole equivoche fra gli ebrei italiani e fra gli
amici degli ebrei italiani? Coloro che, ebrei o amici degli ebrei - pochi o
molti, noti o oscuri, non importa - credono che la coscienza e la verità
siano più importanti della fedeltà e della tradizione, anzi che queste senza
di quelle imputridiscano, ebbene parlino finché sono in tempo, parlino con
chiarezza, scelgano una parte, portino un segno. Abbiano il coraggio di
bagnare lo stipite delle loro porte col sangue dei palestinesi, sperando che
nella notte l'Angelo non lo riconosca; o invece trovino la forza di
rifiutare complicità a chi quotidianamente ne bagna la terra, che contro di
lui grida. Né smentiscano a se stessi, come fanno, parificando le stragi del
terrorismo a quelle di un esercito inquadrato e disciplinato. I loro figli
sapranno e giudicheranno.
E se ora mi si chiedesse con quale diritto e in nome di quale mandato mi
permetto di rivolgere queste domande, non risponderò che lo faccio per
rendere testimonianza della mia esistenza o del cognome di mio padre e della
sua discendenza da ebrei. Perché credo che il significato e il valore degli
uomini stia in quello che essi fanno di sé medesimi a partire dal proprio
codice genetico e storico non in quel che con esso hanno ricevuto in
destino. Mai come su questo punto - che rifiuta ogni 'voce del sangue' e
ogni valore al passato ove non siano fatti, prima, spirito e presente; sì
che a partire da questi siano giudicati - credo di sentirmi lontano da un
punto capitale dell'ebraismo o da quel che pare esserne manifestazione
corrente.
In modo affatto diverso da quello di tanti recenti, e magari improvvisati,
amici degli ebrei e dell'ebraismo, scrivo queste parole a una estremità di
sconforto e speranza perché sono persuaso che il conflitto di Israele e di
Palestina sembra solo, ma non è, identificabile a quei tanti conflitti per l
'indipendenza e la libertà nazionali che il nostro secolo conosce fin troppo
bene. Sembra che Israele sia e agisca oggi come una nazione o come il
braccio armato di una nazione, come la Francia agì in Algeria, gli Stati
Uniti in Vietnam o l'Unione Sovietica in Ungheria o in Afghanistan. Ma, come
la Francia era pur stata, per il nostro teatro interiore, il popolo di Valmy
e gli americani quelli del 1775 e i sovietici quelli del 1917, così gli
ebrei, ben prima che soldati di Sharon, erano i latori di una parte dei
nostri vasi sacri, una parte angosciosa e ardente della nostra intelligenza,
delle nostre parole e volontà. Non rammento quale sionista si era augurato
che quella eccezionalità scomparisse e lo Stato di Israele avesse, come ogni
altro, i suoi ladri e le sue prostitute. Ora li ha e sono affari suoi. Ma il
suo Libro è da sempre anche il nostro, e così gli innumerevoli vivi e morti
libri che ne sono discesi. È solo paradossale retorica dire che ogni
bandiera israeliana da nuovi occupanti innalzata a ingiuria e trionfo sui
tetti di un edificio da cui abbiano, con moneta o minaccia, sloggiato arabi
o palestinesi della città vecchia di Gerusalemme, tocca alla interpretazione
e alla vita di un verso di Dante o al senso di una cadenza di Brahms?
La distinzione fra ebraismo e stato d'Israele, che fino a ieri ci era potuta
parere una preziosa acquisizione contro i fanatismi, è stata rimessa in
forse proprio dall'assenso o dal silenzio della Diaspora. E ci ha permesso
di vedere meglio perché non sia possibile considerare quel che avviene alle
porte di Gerusalemme come qualcosa che rientra solo nella sfera dei
conflitti politico-militari e dello scontro di interessi e di poteri. Per
una sua parte almeno, quel conflitto mette a repentaglio qualcosa che è
dentro di noi.
Ogni casa che gli israeliani distruggono, ogni vita che quotidianamente
uccidono e persino ogni giorno di scuola che fanno perdere ai ragazzi di
Palestina, va perduta una parte dell'immenso deposito di verità e sapienza
che, nella e per la cultura d'Occidente, è stato accumulato dalle
generazioni della Diaspora, dalla sventura gloriosa o nefanda dei ghetti e
attraverso la ferocia delle persecuzioni antiche e recenti. Una grande donna
ebrea cristiana, Simone Weil, ha ricordato che la spada ferisce da due
parti. Anche da più di due, oso aggiungere. Ogni giorno di guerra contro i
palestinesi, ossia di falsa coscienza per gli israeliani, a sparire o a
umiliarsi inavvertiti sono un edificio, una memoria, una pergamena, un
sentimento, un verso, una modanatura della nostra vita e patria. Un poeta ha
parlato del proscritto e del suo sguardo «che danna un popolo intero intorno
ad un patibolo»: ecco, intorno ai ghetti di Gaza e Cisgiordania ogni giorno
Israele rischia una condanna ben più grave di quelle dell'Onu, un processo
che si aprirà ma al suo interno, fra sé e sé, se non vorrà ubriacarsi come
già fece Babilonia.
La nostra vita non è solo diminuita dal sangue e dalla disperazioni
palestinese; lo è, ripeto, dalla dissipazione che Israele viene facendo di
un tesoro comune. Non c'è laggiù università o istituto di ricerca, non
biblioteca o museo, non auditorio o luogo di studio e di preghiera capaci di
compensare l'accumulo di mala coscienza e di colpe rimosse che la pratica
della sopraffazione induce nella vita e nella educazione degli israeliani.
E anche in quella degli ebrei della Diaspora e dei loro amici. Uno dei quali
sono io. Se ogni loro parola toglie una cartuccia dai mitra dei soldati
dello Tsahal, un'altra ne toglie anche a quelli, ora celati, dei
palestinesi. Parlino, dunque.

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   Informazioni libera ma incompleta     Sorrow62    gio 01 mag, 2008 18:04 
   cercare l'ago nel pagliaio     Orkus    gio 15 mag, 2008 22:05 


 

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