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Il Giornale attacca Indimedia e gli anarchici italia |
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luned 05 maggio, 2008 12:06 by uno qualsiasi
Mentre i fascisti compiono gesti efferati e violenti sempre più frequentemente, mentre i fascisti e i leghisti marciano legalmente nelel nostre città, mentre sindaci e amministrazioni vari fanno combutta con fascisti, razzisti e xenofobi di ogni genere, ecco che Il Giornale non trova di meglio che attaccare la sinistra antagonista. Nel suo editoriale Paolo Guzzanti, in rifemento alle protesta contro la fiera del libro di Torino scrive:"La Fiera del Libro di Torino dedicata al sessantesimo anniversario dell’esistenza di Israele sta per essere inaugurata, giovedì prossimo, dal Presidente della Repubblica quasi in incognito perché così hanno deciso i poteri armati no-global e il sito Indimedia allo scopo di impedirne la celebrazione." ancora"Oggi la celebrazione della nascita di Israele è diventata un elemento di separazione fra nuovo e vecchio antisemitismo da una parte e mondo libero e liberale dall’altra. Israele è sotto un continuo attacco militare, politico e propagandistico da parte delle forze che non puntano a promuovere la pace e uno Stato palestinese, ma alla sparizione di Israele dalla faccia della terra e in questa azione va inquadrato l’assedio della Fiera a Torino. |
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Commenti (3 of 3)
Vai al commento: 1 2 3Dal blog http://gabrieleparadisi.splinder.com/
- Nell’ascensore del mio albergo è stato affisso un cartello che dice: “Giornalista straniero, menti pure sul tuo paese, ma qui devi dire la verità!” -
Queste parole sono di Guzzanti Paolo. Oggi senatore della Repubblica nelle file di Forza Italia e vicedirettore del quotidiano “Il Giornale”, organo di famiglia del fondatore di Forza Italia, Berlusconi Silvio.
Quando le scrisse Guzzanti Paolo (nel 1957 tessera PSI) era invece redattore de “La Repubblica” ed inviato in Centramerica.
Era il 1982 e in quella sanguinosa primavera nella “República Cafetalera” di El Salvador si svolgevano le elezioni dell’Assemblea Costituente.
In un clima di violenza inaudita (si ritiene avvenissero mediamente 200 omicidi politici alla settimana), si fronteggiavano la Democrazia Cristiana di José Napoleón Duarte e l’Alianza Republicana Nacionalista (Arena) del maggiore Roberto D’Aubuisson.
In sottofondo la guerrilla (campaña de marzo) del Frente de Liberación Nacional Farabundo Martí (Fmln).
Nella storia che sto per raccontare mi sono imbattuto per caso molti mesi fa.
Qualcuno, leggendo delle mie accese discussioni con il Senatore, mi aveva scritto, dandomi alcune tracce che poi mi sono divertito a seguire. Trovando conferme e riscontri.
E’ una storiella secondo me emblematica. Veniale, se vogliamo, ma in essa c’è tutto Guzzanti-Guer-Vezaddick: l’istrione, l’ammaliatore, l’amabile bugiardo, il voltagabbana, il combattente.
Sono mesi e mesi che la tengo per me questa storia, che peraltro non è nemmeno del tutto inedita, mentre lo sono sicuramente le testimonianze da me raccolte. Adesso credo sia giunto il momento di pubblicarla. Per dovere di cronaca.
Riporterò integralmente nomi, cognomi, nickname e date. Più di questo io non posso fare. Saranno eventualmente Guzzanti Paolo (ma non credo proprio) o i giornalisti citati a smentire o a confermare. Se vogliono.
Tutto cominciò quando nel marzo scorso, operando l’esegesi di un articolo di Guzzanti (il quale come sempre stava cercando di dipingere Romano Prodi come il più grande Farabutto della Storia d’Italia), scovai il 6 marzo un paio di suoi errori pacchiani, da me frettolosamente classificati come frutto di troppa euforia o foga.
Un giornalista in incognito invece mi scrisse (8 marzo) queste intriganti parole:
“Guzzanti (Paolo) fa parte di una subcategoria professionale del giornalismo che esiste, per quanto ne sappia, solo in quello sfortunato e buffo paese che è l'Italia: quella dei pallari che hanno fatto carriera, soldi e fortuna.
Al New York Times, per dirne una, qualche tempo fa hanno licenziato a calci in culo un reporter per aver copiato pezzi di reportage dai giornali locali (cosa che da noi fanno il 90% dei colleghi e, ammetto, quando ero più giovane ho fatto anch'io qualche volta, prima di imparare a vergognarmene); non paghi, i proprietari del NYT hanno anche cacciato il direttore, per omesso controllo. La storia la conoscete tutti.
E veniamo a Guzzanti. Come altri ‘colleghi’ (vedi alla voce Zucconi Vittorio, per esempio), è noto a chiunque abbia avuto il dispiacere di vederlo all'opera che Guzzanti non si è mai preoccupato dei fatti (le notizie) che potessero rovinargli la fiction, ossia i pezzi grandiloquenti che aveva in mente di scrivere. Se i fatti adatti alle sue opinioni ci sono, bene; se no, lui li inventa. Di sana pianta. Senza vergogna.
La questione è che Guzzanti non è diventato un pallaro da quando ha fatto il salto della quaglia e, come tanti voltagabbana (vedi alla voce Foa Renzo, tra tanti altri) è atterrato a destra e sulle colonne del Giornale. No. Guzzanti è diventato un pallaro di successo scrivendo per La Repubblica, sotto la direzione di Scalfari. Che lo ha fatto crescere e protetto, perché gli piaceva da morire come il pallaro scriveva.
Che dire? Se dirigessi qualcosa, uno come Guzzanti non lo prenderei neppure per l'oroscopo. Ma questa è l'Italia, questi sono i giornali italiani.
Sailor
PS
Non ho né tempo né voglia di fare un'antologia delle puttanate scritte da Guzzanti nella sua troppo fortunata carriera. Ma magari qualcuno può prendersi la briga di mandare un mail a, che so, Mimmo Candito o Maurizio Chierici (due galantuomini) per chiedergli di raccontare dell'episodio antologico, anni 80, in cui Guzzanti si inventò la storia delle teste mozzate in Salvador.”
Urca!
Al di la del giudizio sul professionista, magari dettato da dissapori o invidie, quel giornalista faceva accuse ben precise. Una cosa sono “errori, dovuti alla pretesa di citare a memoria un articolo che non avevo da anni sotto il naso (Paolo Guzzanti 9 marzo)”, una cosa è inventarsi di sana pianta storie truculente.
Sailor, da me prontamente ricontattato, sviluppò la storiella per intero, ribadendomi l’invito a cercare comunque riscontri diretti.
Detto. Fatto.
Dapprima una banale ricerca con Google mi permise di trovare un'intervista di Achille Rossi a Maurizio Chierici in cui egli affermava papale papale:
“i giornalisti che raccontano la guerra si possono dividere in due categorie: quelli che si trovano sul teatro delle operazioni e i commentatori. Tra quelli che sono sul posto bisogna ancora distinguere chi va a vedere di persona e i giornalisti che fanno la filosofia in albergo. Un esempio per tutti: quando Paolo Guzzanti, l´attuale presidente della Commissione Mitrokin venne in Salvador come inviato di Repubblica, gli raccontammo i massacri che erano avvenuti tre anni prima. Senza pensarci due volte, scrisse un articolo inventandosi i fatti di sana pianta, con teste tagliate vicino all´ascensore, corpi abbandonati nella hall, quando ormai la guerra era a 150 km di distanza, sulle montagne”.
Era già di per sé sufficiente questo a confermare quanto "insinuato" da Sailor. Ma vuoi mettere ricevere una conferma dal diretto interessato?
Non mi scapicollai comunque a cercarla.
Solo il 14 aprile infatti scrissi a Maurizio Chierici che immediatamente mi rispose:
“Riconosco Guzzanti nel ritratto che ne fa: garbato, elegante, ma anche molto spiritoso. Quando ho visto i figli in Tv o nella vita mi sono ricordato degli show molto divertenti (e sempre eleganti) coi quali ha intrattenuto i giornalisti italiani proprio in Salvador. Dove c’è stata l’invenzione delle teste tagliate nella hall. Devo averne parlato anch’io nella rubrica del lunedì dell’Unità, ma non ricordo quando.
Succede che un inviato si lascia andare. Non solo inviati italiani. Nel 1982 (primavera) i paesi alla fine del mondo erano proprio alla fine del mondo: chi voleva inventava e nessuno in quei posti se ne accorgeva. Niente fax, computer, satelliti Tv. Solo il filo incerto delle voci della radio. Ma quella volta è successo che un’agenzia (la Reuter ?) ha rilanciato da Roma l’incredibile notizia e la destra salvadoregna (Arena, il partito che ha ucciso il vescovo Romero) ha fatto stampare decalcomanie incollate sulle auto con lasciapassare bene in vista di . Striscioni attraversavano ogni strada, ecc. Tutti con lo stesso slogan: , giornalista di la verità. L’albergo era solo un albergo di giornalisti. Nessun turista o uomo d’affari passava in quel momento dal Salvador. E i giornalisti francesi pretendevano un’assemblea. Assieme a Moretti, Franco Cantucci, la giovanissima Lucia Annunziata, credo anche Mimmo Candito siamo riusciti a ridimensionare la reazione. Il risvolto buffo è stato il ritorno a casa. Ero nella giuria del premiolino Bagutta per il giornalista del mese e fra le proposte ho trovato Guzzanti proprio per l’articolo delle teste tagliate quando le teste se mai si tagliavano succedeva cento chilometri più lontano, sulle montagne. Ho scelto la non polemica per non raccontare una storia imbarazzante. E mi sono astenuto. Guzzanti ha vinto il premio.
Non è questa la vera meraviglia. E’ stato il passaggio politico dal suo adorato Craxi che lo aveva portato in Tv con la trasmissione , a Cossiga e poi Berlusconi. Non me lo aspettavo e non mi aspettavo la violenza dei nuovi show. Peccato che l’ironia invecchi. Forse è solo la considerazione di chi non si è mai aggrappato alla politica e continua a scrivere le stesse cose allo stesso modo dal Corriere all’Unità che è un giornale di parte ma non di partito. Una parte che ho sposato: quand’eravamo in Salvador Berlusconi stava ancora costruendo case. Saluti- Maurizio Chierici”
Indimenticabile!
Passarono i mesi. E la storia sempre lì nel cassetto a decantare. Finchè un bel giorno (19 maggio) Guzzanti se ne uscì in una discussione con questo ricordo autobiografico sulla sua esperienza salvadoregna tirando in ballo un altro giornalista ancora:
“Quanto al Salvador, è tutta un'altra storia: lì non l'ho letta sui libri: ero inviato speciale del quotidiano di sinistra La Repubblica e coprii tutta quella guerra, nella giungla e nelle piazze, ricevendo molti premi giornalistici e i telegrammi di Scalfari.
In Salvador ci furono massacri dalle due parti e fu il Farabundo Martì a massacrare i civili molto prima degli assassini di Aubuisson (la sinistra ovviamente viene sempre prima, ndr).
Fu una guerra schifosa, ma sul campo c'erano gli agenti cubani e il Kgb, oltre alla Cia, e non fu onorevole per nessuno.
Il presidente Napoleon Duarte, diffamato dalle sinistre italiane come un dittatore, si rivelò un presidente costituzionale che aveva vinto le elezioni in modo legale, salvo il fatto che il "Frente" aveva deciso di non votare e di decapitare cammin facendo gli elettori che si recavano ai seggi.
Usavano una ghigliottina montata su un camion.
Dalla parte opposta il battaglione speciale Atlacatl giustiziava i guerriglieri ovunque li trovasse.
Fui il primo a ricevere, per i miei réportages, il "Premiolino".
Quando tornai in redazione mi venne incontro Saverio Tutino, giornalista e grande amico di Fidel Castro, uomo anche lui legato ai servizi dell'Est, che mi venne incontro e in modo sibilante mi chiese:
"Ma che cazzo scrivi?".
E io: "Scrivo la verità".
E lui: "Stronzo, e ti pare che noi stiamo qui per scrivere la verità?".
Indimenticabile.”
Sarebbe stato bello in quella discussione raccontare la stessa storia però vista da Chierici, ma sembrò (anche a me) inopportuno e imbarazzante (per lui). Meglio cercare Saverio Tutino e chiedergli se avesse qualcosa da dire a riguardo…
Oggi Saverio Tutino è direttore culturale dell'Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano (oltre ad esserne stato il Fondatore).
Così gli scrissi, chiedendogli se voleva raccontarmi qualcosa di quell’esperienza.
La sua risposta fu abbastanza chiara:
“Ho ricevuto la sua segnalazione via mail… in cui lei cita un articolo di Paolo Guzzanti, dove si parla del Salvador. Siccome si dicono delle evidenti falsità su di me la prego di farmi sapere da quale giornale e in quale data lei ha tratto l'articolo cui si riferisce… (29 maggio)”.
“…quel periodo di lavoro da me vissuto nel Salvador e in altri paesi vicini nell’anno 1982 mi è rimasto in un angolo delle mie dimenticanze d’infanzia della vecchiaia. Erano tempi angosciosi per la vana ricerca di tanti giovani disposti alla guerriglia rivoluzionaria, che si arroccavano sulle montagne senza nemmeno arrivare al suicidio eroico di persone come il Che Guevara. La verità era che nessuno, nè dall’Urss nè da Cuba, sarebbe intervenuto per aiutarli. E così nel Salvador è stato ucciso dai suoi compagni il poeta rivoluzionario Roque Dalton, che cercava di convincerli a tornare a fare una politica accanto ai lavoratori, prima di essere ammazzati di stenti sulle montagne. Ma un uomo come quel Paolo Guzzanti, adesso amico di Berlusconi, non merita nemmeno che io lo denunci per calunnia a un tribunale.
Telefonami, ti prego, Saverio Tutino (2 giugno)”.
Ho telefonato ovviamente a Tutino che ama parlare, piuttosto che scrivere email attraverso la sua compagna. Al telefono mi ha raccontato tante cose della sua avventurosa vita, scusandosi di tanto in tanto perché dopo l’operazione al cervello i ricordi gli affiorano piano piano e vanno stimolati, accompagnati.
Mi ha parlato anche di Cuba ovviamente e di quando gli fecero capire che doveva lasciare il paese in fretta e furia…
Qualche settimana fa è uscita proprio una sua intervista rilasciata a Luca Villoresi per il Venerdì di Repubblica. Una testimonianza che quasi completamente avevo raccolto io pure al telefono. Peccato che non gli abbia dedicato subito un post, ma il “rispetto” per Guz-Guer allora era ancora… prevalente.
A settembre comunque quando Tutino tornerà da Anghiari a Roma lo andrò sicuramente a trovare. Come mi ha chiesto.
Ecco fatto. Fine della storia.
Guz-Guer sul Salvador è “smentito” da almeno tre testimoni diversi (di cui due identificati esattamente). Chi ha ragione? Io non lo so. Mi sono limitato ad indagare e a domandare.
Non esistono uomini (e quindi giornalisti) puri. E’ un’illusione credere che esista qualcuno che dice sempre e solo la Verità. E poi, che cosa è la "Verità"? Ma una cosa è sostenere in buona fede una tesi per quanto azzardata e “sbagliata”, una cosa è ricamarci attorno falsità per avvalorarla.
Non voglio esprimere giudizi in merito al Senador Periodista più di quanto non abbia già fatto, ma la morale di tutta questa vicenda è che, grazie anche a Internet ed ai blog, nessuno può d’ora in poi pensare di dire e scrivere ciò che vuole impunemente. Ognuno di noi infatti può farsi promotore di analisi serie, documentate con pignoleria e quando occorre, spietate.
Forse questa è una grande opportunità per la crescita della democrazia e della libertà. Scovare le menzogne funzionali a qualche potere è sicuramente più utile che lanciare bombe e missili.
Il povero Guzzanti, oltre che pallista, è anche ignorante:
Gli anarchici fanno la guerra a tutti gli stati, non solo a quello di Israele, ma anche, per restare in zona, allo stato palestinese, quello presente come ogni altro stato futuro.
Abbattere tutte le frontiere, tutte le barriere tra gli uomini è la la sola via REALISTICA per porre fine ad un conflitto mortale in cui identità politiche, linguistiche, religiose pretendono di imporsi, acquisendo il controllo esclusivo di un territorio.
Il miglior sostegno alla causa palestinese lo si da quando si bruciano le bandiere tricolori dell'Italia, in dispregio esplicito della nozione di stato nazionale, di qualsiasi stato nazionale.
Chi brucia quelle israeliane e porta in spalla quelle palestinesi non fa che schierarsi con un nazionalismo contro un altro. Poco importa che quello palestinese sia il più debole, perché se le forze in campo mutassero siamo certi che cambierebbero i numeri e i volti ma il massacro andrebbe avanti.
Ma che importa di questo a chi fa titoli per il gusto di urlare sulla carta?
In tutto questo gridare, quello degli amanti della "cultura" che esaltano la Fiera del Libro e le sue scelte politiche, quello dei post autonomi che si schierano con la resistenza palestinese, restano sullo sfondo le infinite vittime di un conflitto che finirà solo se gli ultras dei due opposti nazionalismi, se i preti di tutte le religioni verranno tacitati dalle ragioni laiche e libertarie di chi sa che l'unica guerra che valga la pena di combattere è la guerra sociale contro stati e padroni. Stati e padroni che marciano tutti sotto la stessa bandiera: quella della sopraffazione, dell'odio, dello sfruttamento, della negazione dell'"altro".
per un'umanità, finalmente, internazionale.
almeno sapere di cosa si parla: indymedia non indimedia...