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comunicati
marted́ 03 giugno, 2008 20:25
by Fuoco ai CPT
L'avv Antonio Baldacci è responsabile direttamente della morte di Hassan (il ragazzo morto una settimana fa per l'omissione di soccorso della croce rossa), delle torture e dell' uso di psicofarmaci e sonniferi che vengono somministrati agli "ospiti" del c.p.t. a loro insaputa tramite il cibo.
UNA SETTIMANA FA È MORTO FATHI HASSAN NEJL, MAGREBINO DI 38 ANNI.
È morto perché non aveva i documenti.
È morto perché la Legge lo ha chiamato: «clandestino».
È morto perché una organizzazione umanitaria . La Croce Rossa italiana lo ha lasciato agonizzare senza cure.
È morto nel nuovo Centro di Permanenza Temporanea di Torino - inaugurato poche ore prima con il pestaggio di Said, colpevole di aver tentato di riprendere per sé la libertà. È morto e forse nessuno saprà maicome,perché la polizia sta deportando chi quella notte era accanto a lui a vedere e a sentire.
È morto perché gli uomini del dottor Antonio Baldacci - direttore clinico del Centro -hanno fatto finta di non vedere il trambusto e di non sentire le urla di chi da dietro le gabbie chiedeva soccorso.
È morto perché nessuno si indigna quando Antonio Baldacci - medico e colonnello nello stesso tempo - dichiara ai giornali che delle urla dei clandestini è meglio non curarsi perché «sapete che tipo di persone sono. Non si sa neppure quale sia la loro vera identità.»
È morto perché i vicini di casa di Antonio Baldacci - crocerossino e carceriere -hanno ancora lo stomaco di salutarlo ogni mattina quando lo incrociano sul marciapiede, di stringergli la mano sorridenti oppure ancora di augurargli una buona giornata.
È morto perché sono pochi a sapere che Antonio Baldacci - cinico profittatore dell'affare umanitario - abita a Chieri, in via Riccardo Zandonai 8 e che c'è sempre tempo per bussare alla sua porta e dirgli che il mondo che lui contribuisce a costruire è un mondo terribile e ingiusto.
È morto perché nessuno sa che allo 011-9477685 o allo 3386409971 è Antonio Baldacci a rispondere e che ogni ora è buona per spiegargli che il mondo che lui sta costruendo è un mondo che - con tutte le forze - non vogliamo.