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60 ANNI DI NATO: IL MASSACRO NELL’EX JUGOSLAVIA piemonte |
guerre e antimilitarismo |
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marted 24 marzo, 2009 21:55 by C.A.U. - Napoli coll.autorg.universitario at gmail dot com http://cau.noblogs.org/
a cura del Collettivo Autorganizzato Universitario di Napoli http://cau.noblogs.org/ - coll.autorg.universitario@gmail.com
Dieci anni fa iniziavano i bombardamenti della NATO nell’ex - Jugoslavia. A pochi passi da noi la NATO, a braccetto con l’esercito italiano, scatenava morte e distruzione nella regione dei Balcani utilizzando bombe a frammentazione (proibite nell’81 dalla Convenzione di Ginevra) e armi all’uranio impoverito, contaminando per sempre quei territori e condannando i loro abitanti per generazioni e generazioni ad un destino segnato da terribili malattie. L’Italia non è stata semplicemente la “portaerei” della NATO, fungendo da base di lancio per numerosissimi bombardamenti che hanno colpito ospedali, acquedotti, fabbriche, centrali elettriche, mercati, treni, autobus, colonne di profughi: l’esercito italiano ha partecipato attivamente alle missioni di guerra e l’allora governo di centrosinistra, strizzando l’occhio al Presidente USA Clinton, ha dimostrato una volta per tutte il vero volto del suo sbandierato pacifismo. Il conflitto del Kosovo ha rappresentato un illustre precedente per le guerre in Afghanistan e Iraq, nascondendo, forse con una spudoratezza mai vista in precedenza, il suo volto dietro la menzogna della guerra umanitaria: per la guerra in Kosovo furono dispiegate in tutta la loro potenza le armi della suggestione e della manipolazione mediatica della realtà. Vennero risvegliate le fobie ancestrali nei confronti del “selvaggio” (non passava giorno senza che fossero pubblicate sui giornali foto di teste mozzate, corpi brutalmente mutilati, senza che venissero minuziosamente descritte le torture contro civili inermi), furono rievocati i demoni della Seconda Guerra mondiale attraverso l’equazione che voleva Milosevič=Hitler (i Balcani erano una nuova Auschwitz e se noi, a due passi da lì, non fossimo intervenuti con i nostri umanitari e salvifici bombardamenti a fermare il genocidio saremmo stati complici, come lo erano stati i tanti tedeschi, consapevoli e muti di fronte all’orrore dei campi di sterminio e delle camere a gas). Grazie allo sdegno provocato da queste immagini e questi racconti (molti dei quali si rivelarono in seguito del tutto costruiti e infondati) non solo la distruzione provocata dal nostro intervento, ma anche scelte criminali, come ad esempio quella di colpire bersagli civili nel tentativo di paralizzare il paese o allearsi e finanziare i macellai dell’Uck, responsabili della morte di 300.000 tra serbi, rom e appartenenti ad altre etnie non-albanesi (non avendo dovuto firmare alcun accordo, erano liberi di sterminare i loro avversari sapendo che ogni rappresaglia sarebbe stata denunciata come un’interruzione unilaterale del cessate il fuoco) passarono pressoché inosservate. Le armi della persuasione mediatica furono utilizzate contro noi “occidentali” per giustificare l’aggressione, ma anche contro gli stessi jugoslavi: non a caso tra gli obiettivi primari dei bombardamenti vi furono le sedi di radio e tv (ad esempio il 23 aprile 1999 alcuni missili lanciati da mezzi militari della NATO colpirono nel centro di Belgrado l’edificio che ospita gli studi e gli uffici della Radio Televisione Serba - RTS), e in molti casi vennero sostituite le trasmissioni consuete con quelle dei media ufficiali statunitensi o con altre registrate ad hoc. La guerra in Somalia (1994-1995), in cui pure l’esercito italiano si è distinto per le sue nefandezze, e i conflitti nei Balcani costituiscono illustri precedenti anche riguardo alla strettissima cooperazione tra le ong e la NATO, e al ruolo di stabilizzazione, penetrazione e radicamento degli occupanti nei territori in guerra che le organizzazioni non governative svolgono; nella ex - Jugoslavia, in particolare in Bosnia Erzegovina, le ong occidentali hanno ottenuto enormi vantaggi politici e finanziari rispetto al resto della popolazione locale: la “democrazia”, il progresso e il rispetto dei diritti umani di cui queste si farebbero portavoce non dipendono dunque dalle scelte popolari, ma da ciò che trova l’approvazione dei donatori esterni. La guerra in Kosovo ha anche evidenziato un momento di passaggio, di trasformazione per la NATO e di definizione del rapporto USA /UE: nel summit di Washington del 1999, i paesi membri si impegnavano non solo ad assistere (come previsto dall’articolo 5 del trattato del 1949) qualsiasi di loro fosse attaccato nell’area nord-atlantica ma anche “a condurre operazioni di risposta alle crisi non previste dall’articolo 5, al di fuori del territorio dell’Alleanza”; allo stesso tempo gli alleati europei decidevano di “costruire l’identità europea della sicurezza all’interno dell’alleanza” per acquisire “una vera e propria capacità di potenza” . Nel vertice europeo di Helsinki del 1999 veniva proposta la realizzazione di una Forza di Difesa Europea; Madeleine Albright, Segretario di stato ai tempi della guerra in Kosovo, ha sottolineato come il conflitto nei Balcani fosse “un test chiave per l’abilità dell’UE, e dell’Europa in generale, di condurre una politica estera e della sicurezza che non sia solo comune, ma effettiva”. Si concretizzava dunque l’idea di una forza militare europea, discussa e progettata per cinquant’anni. In questo scenario internazionale la relazione tra capitali e poli imperialisti (USA - UE) è adeguatamente rappresentato dalla cooperazione-conflittuale interna ai Paesi NATO: gasdotti, oleodotti, autostrade e ferrovie (obiettivo concreto della caduta del muro di Berlino) sono da dieci anni “pacificamente” contesi dalle grandi potenze. I grandi assi commerciali sono il bottino di guerra da spartire tra Europa e Usa . La presenza stabile degli eserciti occidentali nella regione Balcanica, ridotta ad un collage di enclavi e protettorati, avrebbe consentito di realizzare il corridoio 8, che metteva in collegamento le tre regioni meridionali d’Albania, Bulgaria e Macedonia (verso il Mar Nero, per controllare un’area storicamente gravitante attorno alla Russia). Per rendere operativo il piano di sviluppo del corridoio, sono stati elaborati dagli Usa due progetti: la South Balkan Development Initiative (1995) e il Silk Road Strategy Act (1999), progetti che possono in qualche modo essere considerati delle risposte a quelli europei dei corridoi (1989) e del Traceca (1993); Mascherato sotto l’idea di aiutare un processo di sviluppo nei paesi dell’area balcanica si avviava il progetto di controllo dei Balcani adriatici e delle “finestre” sul Mar Nero, per ottenere un ponte con le ricchezze eurasiatiche e ridimensionare la dipendenza, da un punto di vista energetico, dalla regione del Golfo Persico. Le vere ragioni di quella guerra sono state seppellite sotto un cumulo di falsità e il prezzo di questo scontro interimperialista è stato, come sempre, pagato a caro prezzo dalla popolazione civile. Sono passati dieci anni ma noi non dimentichiamo le loro infami menzogne, la distruzione che hanno seminato, i corpi straziati di chi è morto sotto ai bombardamenti, i profughi piegati dagli stenti e dalle malattie negli accampamenti ai confini con la Macedonia. Noi non dimentichiamo le responsabilità dirette dell’Italia in questo massacro. Noi ricordiamo. E per questo, oggi come ieri, lottiamo contro la NATO e le basi militari. RILANCIAMO LA MOBILITAZIONE CONTRO LA GUERRA IMPERIALISTA:
MAKE NATO HISTORY: FACCIAMO CHE LA NATO APPARTENGA AL PASSATO!
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