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Comunicato sulla Terza Lotta Ideologica Attiva che ha attraversato il Partito dei CARC e sull'

category piemonte | miscellaneous | comunicati author sabato 18 aprile, 2009 01:18author by P-CARC

Comunicato sulla Terza Lotta Ideologica Attiva che ha attraversato il Partito dei CARC e sull’espulsione di Lia Giafaglione e Valter Ferrarato, membri della Direzione Nazionale.

Comunicato sulla Terza Lotta Ideologica Attiva che ha attraversato il Partito dei CARC e sull’espulsione di Lia Giafaglione e Valter Ferrarato, membri della Direzione Nazionale. Comunicati e volantini Martedì 14 Aprile 2009 08:55

Per non pagare la crisi dei padroni è necessario costruire un governo di Blocco Popolare che poggi sull’autorganizzazione delle masse popolari, composto e sostenuto dalle organizzazioni operaie e popolari. Solo un governo di questo tipo può adottare le misure d’emergenza necessarie per far fronte alla crisi:

  1. -->assegnare a ogni azienda compiti produttivi secondo un piano nazionale: nessuna azienda deve essere chiusa!
  2. -->eliminare tutte quelle attività e produzioni inutili e dannose per l’uomo e per l’ambiente, assegnando alle aziende altri compiti: basta con gli avvelenatori, gli speculatori e gli squali!
  3. -->assegnare a ogni individuo un lavoro socialmente utile e garantirgli in cambio le condizioni necessarie per una vita dignitosa e per la partecipazione alla gestione della società: nessun lavoratore deve essere licenziato o emarginato!
  4. -->distribuire i prodotti alle aziende, alle famiglie, agli individui e ad usi collettivi secondo piani e criteri chiari, conosciuti e democraticamente decisi: a ogni adulto un lavoro utile, a ogni individuo una vita dignitosa, a ogni azienda quanto serve per funzionare!
  5. -->stabilire relazioni di collaborazione o di scambio con gli altri paesi disposti a stabilirle con noi: dobbiamo aiutare e farci aiutare dagli altri paesi ad affrontare la crisi!
  6. -->iniziare a riorganizzare le altre relazioni e attività sociali in conformità alla nuova base produttiva.

Per costruire il governo di Blocco Popolare è necessario creare tre condizioni: propagandarne ampiamente la necessità tra le masse popolari fino a farlo diventare l’obiettivo verso cui puntano (ognuno in forme e modi specifici) quanti non vogliono pagare la crisi dei padroni; promuovere la nascita di nuove organizzazioni popolari e rafforzare quelle esistenti; promuovere il coordinamento tra di esse. E’ con questi compiti che devono misurarsi i comunisti, gli anticapitalisti, gli antimperialisti, gli antifascisti, i sindacati di base, la sinistra dei sindacati di regime (FIOM, Funzione Pubblica-CGIL, ecc.), i comitati di lotta e le associazioni progressiste. Il governo di Blocco Popolare non è una “pensata”: chiunque analizza la realtà con attenzione e scienza, ponendo al centro gli interessi delle masse popolari, non può giungere ad una diversa conclusione. Il governo di Blocco Popolare permetterà di fare passi importati in avanti nella lotta per fare dell’Italia un nuovo paese socialista.

Il precipitare della crisi impone a quanti non vogliono pagarla di prendere in mano le redini della società, di passare dall’essere principalmente “contro” (contro i padroni, contro i licenziamenti e l’attacco ai diritti, contro la guerra, il fascismo e la devastazione dell’ambiente) all’essere principalmente “per” (per il partito comunista, per il governo di Blocco Popolare, per il socialismo). Questa non è una trasformazione che avviene in maniera lineare: essa infatti richiede una rottura con la concezione del mondo e con le abitudini frutto dell’influenza che la borghesia esercita sulle masse popolari (“lei non è pagato per pensare, altri sono pagati per farlo!”). È una lotta tra vecchia e nuova concezione della lotta di classe nel nostro Paese, una lotta che tiene conto dello sviluppo della crisi generale e dei conseguenti nuovi compiti che si pongono ai comunisti, ai lavoratori e alle masse popolari.

Questo processo di trasformazione attraversa il nostro Partito e tutte le organizzazioni comuniste e popolari. Nel nostro Partito si esprime nella lotta tra due diverse posizioni: il voler diventare un Partito che contribuisce a organizzare la rivoluzione socialista operando su uno dei quattro fronti del Piano Generale di Lavoro del (nuovo)Partito comunista italiano (l’intervento da comunisti nel “teatrino della politica borghese”), adottando (e trasformandosi per adottare) un metodo di lavoro sempre più avanzato, funzionale all’accumulazione di forze, frutto dell’esperienza e del suo bilancio oppure restare un Partito che lancia parole d’ordine e fa agitazione senza far corrispondere a questo lavoro misure e pratiche adeguate per accumulare forze, sviluppando quindi un atteggiamento attendista verso gli eventi.

Facciamo qualche esempio per rendere più chiara questa contraddizione (che potremmo sintetizzare così: diventare o no agenti trasformatori della realtà?).

1- Per quanto riguarda gli intereventi di propaganda (a manifestazioni, assemblee, presidi, ecc.): limitarsi a fare “atto di presenza”, ad affermare la propria posizione oppure curare la partecipazione all’iniziativa ponendosi l’obiettivo di sostenere e rafforzare la componente che ha le posizioni più avanzate, verificare le reazioni prodotte dal nostro intervento, prendere contatto con i compagni più decisi e interessati.

2- Per quanto riguarda l’irruzione nel “teatrino della politica borghese”: limitarsi ad irrompere nel “teatrino” solo quando ci sono le elezioni e, quindi, quando lo decide la borghesia oppure decidere noi come e quando irrompere nel “teatrino”, dettando noi i tempi e i modi dell’irruzione (ad esempio irrompere in un consiglio comunale e stravolgere l’ordine del giorno, imponendo ai politicanti di trattare argomenti che noi stabiliamo, di votare mozioni che noi sosteniamo, ecc.) mettendo la borghesia in difficoltà nel suo stesso “teatrino”, mettendo a nudo le sue malefatte, sfruttando a nostro vantaggio le contraddizioni presenti nel campo borghese e alimentando la mobilitazione e il controllo popolare sui politicanti.

3- Per quanto riguarda il modo con cui si valutano i compagni o il lavoro svolto: analizzare un compagno o un’attività svolta mettendo in evidenza unicamente (o principalmente) i limiti emersi, gli errori commessi, le mancanze oppure individuare sia gli aspetti positivi che quelli negativi, studiarli, individuare la relazione che esiste tra essi, vederne gli sviluppi e indicare quale dei due campi è principale (quello degli aspetti positivi o quello degli aspetti negativi), elaborare una linea per rafforzare quelli positivi e superare quelli negativi, tradurre la linea in un piano di lavoro.

4- Per quanto riguarda il rapporto individuo/collettivo: accettare le decisioni della maggioranza o dell’istanza superiore del Partito solo se si è d’accordo con esse o attuarle con creatività e slancio solo se le si condividono, mettendo così l’individuo davanti al collettivo, sé stessi davanti al Partito, la minoranza davanti alla maggioranza e nocendo all’attività del Partito oppure applicare lealmente e con creatività tutte le decisioni prese dalla maggioranza o dall’istanza superiore, anche quando non si è d’accordo, per poi fare in fase di bilancio uno studio collettivo dell’esperienza e giungere ad una sintesi superiore, mettendo così al centro il collettivo e il Partito.

La lotta tra diverse posizioni rientra nella normale dialettica di un’organizzazione e ancora di più di un partito di comunisti ed è un processo sano e vitale: sarebbe infatti strano il contrario, cioè che si fosse sempre tutti d’accordo, soprattutto quando la situazione sta cambiando velocemente, ponendo nuovi e superiori compiti. La lotta tra le due linee, tra quella rossa (ossia quella più avanzata che spinge verso la trasformazione in agenti trasformatori della realtà tenendo conto dei compiti che la situazione pone) e quella nera (ossia quella che resiste alla trasformazione) è un principio centrale per la vita di un partito di comunisti. Come tale va alimentata e trattata nel giusto modo, con l’obiettivo di giungere sempre ad una sintesi superiore, ad una superiore unità ideologica (concezione) e politica (unità sugli obiettivi e la linea da attuare per raggiungerli) del Partito tutto.

Per evitare che la lotta tra le due linee porti il Partito all’immobilismo o mini la sua unità d’azione è necessario il Centralismo Democratico come principale principio organizzativo: la minoranza è subordinata alla maggioranza, l’istanza inferiore all’istanza superiore, l’individuo al collettivo. Ad esempio, quando si deve prendere una decisione, si sviluppa, nelle istanze preposte a svolgere questo compito (in un Partito di comunisti, a differenza di un “gruppo d’amici”, non tutte le istanze sono di “pari diritto” in termini di compiti e ruoli), un ampio dibattito sull’analisi della situazione e sulla linea da tenere, poi si vota e si prendono delle decisioni vincolanti sia per la maggioranza che per la minoranza. Ambedue devono applicarle lealmente, con creatività e determinazione per poi giungere insieme all’elaborazione di un bilancio dell’esperienza e tracciare una linea superiore. Senza questo principio il Partito diventerebbe un colabrodo, un’armata Brancaleone dove ognuno fa quel che vuole, come e quando vuole, in cui il centro è costituito dall’individuo e il fine dalla sua libertà di fare e non fare (come avviene nel PRC e PdCI dove ci sono correnti e frazioni e ognuno va per i fatti suoi) anziché essere il collettivo il centro e l’efficacia della sua azione trasformatrice il fine. Un Partito di comunisti deve essere un Partito che si muove in tutte le sue articolazioni con una rigorosa unità di obiettivi, di linea e di metodi. La direzione deve essere unica e non policentrica. Il Centralismo Democratico garantisce esattamente questo. Esso, inoltre, contrasta un’altra concezione altrettanto nociva: quella che concepisce il Partito come un “gruppo d’amici”, in cui vige la regola del “volemose bene” e si cercano di smussare le diverse posizioni per costruire un’unità che “metta tutti d’accordo”, ossia un’unità al livello più basso anziché al livello politico più avanzato.

Nel corso di quest’anno, sotto l’incalzare dei nuovi compiti che la situazione pone, nel gruppo dirigente del nostro Partito si è sviluppata una lotta ideologica diventata poi Lotta Ideologica Attiva (LIA), la terza nella storia dei CARC. Il centro della contraddizione era, appunto, avanzare nella trasformazione in agenti trasformatori della realtà o restare come si è. Nel corso di questa lotta ideologica la minoranza non ha messo in discussione la linea di promuovere la costruzione del governo di Blocco Popolare, ma i passi concreti da fare per attuarla. Poiché ogni volta che c’è un processo di trasformazione da compiere c’è chi spinge avanti e chi invece ha delle resistenze, queste divergenze non costituivano di per sé un problema, ma rientravano nella normale dialettica interna ad un Partito di comunisti. L’atteggiamento della minoranza è diventato però inaccettabile e antagonista con il Partito nel momento in cui questa si è rifiutata di accettare le decisioni prese dalla maggioranza della Direzione Nazionale in merito ai passi concreti da fare per attuare la linea del governo di Blocco Popolare, assumendo delle posizioni denigratorie nei confronti del gruppo dirigente (definendolo “opportunista e di destra”), pretendendo che la maggioranza adottasse la linea della minoranza e ricorrendo al ricatto per cercare di raggiungere questo obiettivo (“se la maggioranza non fa così me ne vado!”), cercando di riaprire il dibattito e rimettere in discussione le decisioni prese dalla DN, fino ad attuare una pratica frazionista e anti-Partito. Ai membri della minoranza è stato chiesto di rivedere le loro posizioni e di mettere in pratica quel Centralismo Democratico che loro stessi avevano detto di riconoscere e accettare come necessario, ma hanno persistito nella loro posizione.

La Direzione Nazionale il 4 aprile ha quindi deciso l’espulsione di Lia Giafaglione, Responsabile Nazionale del Settore Organizzazione e membro della Direzione Nazionale, e di Valter Ferrarato, membro della Direzione Nazionale, della Segreteria Federale Piemonte/Lombardia e segretario della sezione di Torino. Quest’ultimo, conducendo un’attività frazionista e anti-Partito, ha trascinato con sé 4/5 della sezione di Torino e due giovani compagni di Biella che il Partito gli aveva dato il compito di dirigere nel loro percorso di candidatura: essi hanno costituito il Collettivo Comunista Piemontese. Il CCP sancisce una regressione dall’essere Partito all’essere un gruppetto movimentista e “militante”. Questa concezione non porterà lontano. Il lavoro positivo svolto fin qui in Piemonte è stato frutto principalmente della linea e della concezione che guida il P-CARC e non dei meriti del singolo dirigente. Siamo certi che i compagni del CCP che più hanno a cuore la causa del socialismo torneranno nel Partito: è già successo con alcuni compagni che durante la prima LIA (’97) si unirono alla minoranza scissionista. Quest’ultima diede vita al gruppo economicista Linearossa che ha poi abbandonato l’obiettivo della ricostruzione del partito comunista.

Nella prima LIA (’97) il centro della lotta era avanzare verso la ricostruzione del partito comunista oppure continuare ad essere un’organizzazione che sosteneva le lotte e svolge attività culturale. Nella seconda LIA (’99) il centro della lotta era avanzare nella costruzione del partito oppure costruire un’organizzazione movimentista che faceva azioni “militanti”. Il centro di questa terza LIA è stato, come già illustrato, avanzare nella trasformazione in Partito che opera su uno dei quattro fronti del Piano Generale di Lavoro del (nuovo)Partito comunista italiano (l’intervento da comunisti nel “teatrino della politica borghese”) contribuendo alla costruzione del governo di Blocco Popolare oppure restare un Partito che lancia parole d’ordine e fa agitazione senza far corrispondere a questo lavoro misure e pratiche adeguate per accumulare forze, sviluppando quindi un atteggiamento attendista verso gli eventi.

Il P-CARC uscirà rafforzato ideologicamente da questa LIA, come dalle due precedenti. Essa ha già infatti permesso:

1- di mettere in luce in modo chiaro che per compiere i passi necessari per diventare agenti trasformatori della realtà bisogna “prendere per le corna” i limiti ideologici e di concezione che frenano questa trasformazione anziché porre come principali problemi importanti ma di carattere secondario (tempo a disposizione per l’attività politica, problemi personali, impegni familiari, ecc.);

2- di evidenziare con forza la necessità di porre al centro il collettivo e i compiti della fase per trasformarsi in comunisti, contrastando la sfiducia nel collettivo che la borghesia alimenta fomentando l’individualismo, la diffidenza e la concorrenza: questo differenzia un partito di comunisti da un partito o un organizzazione di riformisti o movimentisti.

3- di rimarcare e approfondire la distinzione tra “democraticismo piccolo-borghese e anarcoide” (ognuno fa quel che vuole, come vuole e quando vuole senza rispettare le decisioni della maggioranza o dalle istanze superiori, ponendo sé stesso come centro del Partito anziché il collettivo - come avviene nel PRC e PdCI) e un Partito di comunisti che adotta il Centralismo Democratico come principale principio organizzativo;

4- di trattare la distinzione tra “gruppo d’amici” che poggia principalmente sui legami personali e di gruppo e sull’unità al livello più basso (codismo) e un Partito di comunisti che adotta il Centralismo Democratico come principale principio organizzativo e la lotta tra le due linee come principale metodo per trattare le contraddizioni interne;

5- di inquadrare la lotta per il socialismo come un processo concreto (un processo teorico e pratico), come una lotta che pone fase per fase dei compiti specifici ai comunisti, i quali solo trasformandosi in funzione di essi possono avanzare e affermarsi come l’avanguardia rivoluzionaria che condurrà la classe operaia e il resto delle masse popolari a liberarsi dalle catene dell’oppressione capitalista.

Questi sono insegnamenti preziosi per il nostro Partito e per tutto il movimento comunista del nostro paese. Essi permettono di creare una superiore unità ideologica del Partito e di procedere con passo più deciso nella costruzione delle tre condizioni per l’edificazione del governo di Blocco Popolare. Solo con l’unità ideologica costruita attraverso l’unità e lotta è possibile porre basi solide per un positivo sviluppo del Partito e del processo rivoluzionario. La deriva dei dirigenti che oggi espelliamo ovviamente crea dispiacere e amarezza in tutti i membri del Partito, nei simpatizzanti e nei collaboratori. L’impegno che però ci siamo assunti con serietà e senso di responsabilità verso le masse popolari è tale che non possiamo tollerare quanti innalzano la bandiera liberalista del “quieto vivere”, di non procedere nella lotta per far avanzare il Partito ed epurare il Partito quando ciò è necessario. Un atteggiamento del genere sarebbe nocivo per il Partito, per la causa e per le masse perché aprirebbe le porte alla sconfitta. Equivarrebbe al tradimento dei principi per i quali sono nati i CARC. Noi invece vogliamo contribuire senza risparmio di energie alla costruzione del governo di Blocco Popolare e alla lotta per fare dell’Italia un nuovo paese socialista.

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