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aaaVENEZUELA - Chavez espropria tutte le attività del settore energetico on Maracaibo Lake internazionale |
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Sat June 06, 2009 22:53
![]() dal Petrolio al carbone - sarà requisito dal Governo Venezuelano in 1 attimo il tam tam ha fatto il giro del globo. In fibrillazione i mercati, traders, shipping company, società energetiche, investitori. Tutti. Tranne lui: Il Presidente Ugo Chavez . Che annuncia di aver scoperto il sistema per evitare che imprese straniere possano continuare ad inquinare impunemente il Lago di Maracaibo.
Come? Come impedire la catastrofe ecologica (e fare business)? Come coniugare ecologismo e diritto a rivendicare il possesso delle risorse energetiche nazionali(gas, olio, carbone etc.)? Ugo Chavez ha trovato la soluzione. Inquinerà lui. Ma requisire tutto quello che si muove sul lago di Maracaibo sarà solo la prima fase. Poi ... Se avete interessi in loco siete avvertiti. Hasta la vista |
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Comments (14 of 14)
Jump To Comment: 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14Scontri nella parte peruviana dell’Amazzonia, decine di agenti in ostaggio
Lima. Sale il bilancio degli scontri in corso nella zona peruviana della foresta amazzonica tra gli indios e le autorità di polizia. Al momento il totale è di 45 morti, 20 agenti e 25 manifestanti. Gli indios avevano preso in ostaggio almeno 50 persone, fra cui 38 poliziotti; un blitz tentato per liberarli ha portato alla morte di 9 ostaggi e alla liberazione di altri 22, mentre si ignora la sorte degli altri sette. Il bilancio effettivo degli scontri non può comunque essere verificato considerato che in zona, nella provincia di Utcubamba, non vi sono giornalisti indipendenti presenti. Nella zona è stato proclamato il coprifuoco. Gli indios protestano contro le esplorazioni petrolifere sulle loro terre amazzoniche.
Volete sfruttare le risorse naturali altrui (in cambio di 4 palanche)? Prima o poi si arriva sempre alla resa dei conti
secondo rumors from Caracas Ugo Chavez si sarebbe invaghito di una bella fighetta della regione di Zulia (regione e popolazioni che son state devastate e saccheggiate dalle lobby internazionali dell'oro nero).
Così' a naso si ha sentore che le varie Carbozulia, Rag Trading, Coeclerici, Anglo American, Carbones del Guasare & C. non avranno un futuro molto tranquillo.
Han fatto incazzare anche gli indigeni...
http://www.globalresponse.org/gra.php?i=1/06
a chi ha messo questo post interessa tutelare i diritti dei ricconi italiani forse?
per chi volesse informazioni altre:
http://www.giulemanidalvenezuela.net/
Il PD contro gli espropri in Venezuela
Scritto da Mauro Vanetti
30 / 05 / 2009
Sempre a difesa del profitto e dello sfruttamento
Mai, come attivisti impegnati nella costruzione di solidarietà politica con il processo rivoluzionario venezuelano, abbiamo avuto al nostro fianco il Partito Democratico e le sue emanazioni. Anzi, a dirla tutta, spesso anche la parte più moderata della sinistra e del sindacato si è mostrata piuttosto freddina su questo tema se non addirittura apertamente ostile.
Grande quindi è stato il nostro stupore nel ricevere la notizia che alcuni parlamentari del PD hanno presentato, il 26 maggio scorso, una interpellanza urgente di solidarietà col Venezuela. Ad una lettura più approfondita, tuttavia, l’equivoco si è chiarito: la mozione sottoscritta dalla capogruppo democratica, Anna Finocchiaro, è una mozione di solidarietà con gli imprenditori d’origine italiana vittime degli espropri del governo Chávez – non certo con i milioni di lavoratori e contadini di quel Paese che nell’ultimo decennio sono impegnati in un corpo a corpo durissimo con l’oligarchia venezuelana e con il prepotente imperialismo statunitense.
Il PD non si è mai occupato dei drammi sociali dell’America Latina, della guerra sporca della CIA in Colombia, dei brogli elettorali in Messico o dei continui tentativi eversivi in Bolivia e nello stesso Venezuela. Vediamo dunque qual è la questione che ha invece immediatamente fatto drizzare le antenne del Partito Democratico.
Cosa prevede la legge contestata dal PD?
Il primo firmatario dell’interpellanza è un certo Claudio Micheloni, senatore per gli italiani all’estero della circoscrizione Europa. Costui informa il governo Berlusconi che il 7 maggio scorso sono state espropriate 76 imprese che lavoravano nel settore degli idrocarburi, “molte” delle quali “di proprietà di italo-venezuelani”.
Come è noto, il petrolio è la ricchezza principale di questo Paese che per decenni ha avuto una popolazione con moltissimi poveri nonostante abbia una delle maggiori riserve energetiche del pianeta: lo sfruttamento di questa ricchezza nazionale ad opera di capitalisti locali, multinazionali stranieri e burocrati statali asserviti agli interessi privati è la causa principale dietro questa contraddizione. L’unica soluzione, per evitare l’impoverimento delle masse venezuelane mentre si arricchiscono oligarchi e grandi compagnie petrolifere private, è nazionalizzare tutte le attività economiche legate al settore energetico e portarle sotto il controllo democratico dei lavoratori, insieme alla nazionalizzazione sotto controllo operaio delle principali fabbriche e aziende di servizi, all’esproprio e alla centralizzazione del sistema bancario e del sistema dei trasporti e della distribuzione commerciale.
Gli espropri ufficializzati il 7 maggio sono quelli previsti dalla “Legge Organica che riserva allo Stato i Beni e i Servizi Connessi alle Attività Primarie degli Idrocarburi”. Questa legge in sostanza cancella anni e anni di privatizzazione strisciante del settore petrolifero messa in atto dai governi pre-Chávez attraverso l’outsourcing, ossia l’assegnazione di parti del ciclo produttivo ad imprese private esterne. Sappiamo benissimo come anche in Italia l’outsourcing sia stato utilizzato per aumentare i profitti e peggiorare i ritmi e le condizioni di lavoro. Spesso d’altronde queste pratiche di sapore liberista sono state attuate proprio i governi e gli enti locali guidati da quelle forze politiche che sono entrate a far parte del PD.
Questa Legge permetterà un risparmio previsto di 700 milioni di dollari annui per le casse dello Stato venezuelano e al tempo stesso garantirà ai lavoratori di queste aziende le condizioni salariali e di copertura previdenziale molto migliori previste per i dipendenti dell’azienda petrolifera statale PDVSA, di cui entreranno a far parte. Se una misura del genere venisse applicata in Italia, centinaia di migliaia di lavoratori farebbero i salti di gioia!
Gli espropri mandano in rovina i piccoli imprenditori italovenezuelani?
L’ipocrisia dei firmatari dell’interpellanza del PD (oltre ai già citati Finocchiaro e Micheloni anche i senatori Randazzo, Morri, Zanda, Bertuzzi, Pegorer e Cabras) è sconfinata. Per giustificare la loro difesa dei capitalisti italovenezuelani (la comunità italiana in Venezuela annovera al suo interno famiglie molto benestanti, che costituiscono parte integrante della classe dominante locale), questi zelanti difensori della proprietà privata cercano di dipingere il ruolo di questi profittatori in modo veramente lirico: “i nostri connazionali hanno dedicato una vita a queste attività”, “superando crisi e momenti difficili anche a costo di grandi sacrifici” ma per colpa di Chávez “da un giorno all’altro hanno perso tutto”. In realtà gli espropri prevedono un indennizzo per i proprietari, anche se questo indennizzo è stabilito dalla Legge in termini piuttosto restrittivi – e giustamente (l’art. 6 stabilisce che “in nessun caso si terranno in conto né il mancato lucro né i danni indiretti”). Difficilmente i nostri poveri connazionali si troveranno a chiedere l’elemosina al bordo di una strada, tanto più considerando la continua fuga di capitali negli scorsi anni determinata dai privilegiati che hanno messo al sicuro le proprie fortune, attività criminale in cui la furba imprenditoria italovenezuelana ha primeggiato.
Chi conosce la vera situazione non può che sorridere di fronte alle lacrime da coccodrillo del Sig. Vito Tridente Sgherza, che ha scritto alla stampa locale del suo paese di origine, Molfetta (BA), dipingendo la sua condizione in questi termini:
“La mia azienda è stata fondata nel 1964 ed è costata sudore, lacrime e sangue. Adesso è stata espropriata. Ogni giorno che passa il governo diventa più comunista. Il presidente nei suoi discorsi dice che il capitalista è un animale che deve scomparire dalla terra. […] Siamo in presenza di una dittatura con una facciata di democrazia. Ritornando alle nostre aziende, dopo un discorso del presidente, si è promulgata una legge per l'espropriazione delle ditte legate al settore petrolifero. […] L'8 Maggio sono entrati nelle nostre aziende e, possiamo dirlo, col fucile in mano ci hanno fatto abbandonare le nostre proprietà, dove non possiamo più entrare.
La nostra preoccupazione è che non pagheranno il giusto prezzo per le nostre ditte […]”
I capitalisti credono di essere sempre gli unici a conoscere il “giusto prezzo” delle cose…
Il PD parla di “una fitta rete di piccole e medie imprese” ma i lavoratori impiegati da queste 76 imprese sono circa 8mila; stiamo dunque parlando di imprese che non sono certo a conduzione familiare! Per dare un’idea delle dimensioni reali delle attività economiche coinvolte da questa iniziativa del governo bolivariano, gli asset espropriabili includono le imbarcazioni e le strutture usate nel lago di Maracaibo tra cui troviamo 300 lance, 30 rimorchiatori, 30 chiatte, 39 moli e terminal lacustri ecc. Non si tratta dunque di un accanimento contro la piccola imprenditoria, quanto di una necessaria opera di recupero di ingenti forze produttive in un settore strategico.
Un attacco bipartisan contro la rivoluzione bolivariana
L’interpellanza si rivolge al governo Berlusconi chiedendo di intervenire contro il governo venezuelano in difesa della proprietà privata. Intervenire contro quel governo vuol dire una cosa sola: sostenere manovre golpiste come quella che quasi precipitò il Paese in una dittatura filo-USA nell’aprile 2002.
La destra risponde volentieri e positivamente alle sollecitazioni, visto che alla Camera una mozione del tutto analoga è stata presentata dall’on. Marco Zacchera, ex camerata di Alleanza Nazionale e ora esponente del Popolo delle Libertà. Ancora una volta, i due partiti gemelli PD e PdL vanno a braccetto a difesa dei padroni, in Italia come su scala internazionale. Contro gli uni e gli altri, noi stiamo dalla parte della rivoluzione venezuelana e ci schieriamo a difesa di ogni passo fatto verso il socialismo in tutta l’America Latina e nel mondo!
[Nella foto, rilasciata da Miraflores Ufficio Stampa, il Presidente del Venezuela Hugo Chavez, a destra, stringe la mano ad un lavoratore del petrolio in Lagunillas, il lago di Maracaibo, Venezuela occidentale, Venerdì, 8 maggio 2009. Chavez vigila sul sequestro di imbarcazioni, banchine e altre strutture appartenenti ai contraenti del petrolio sul lago di Maracaibo (AP Photo)]
se abbiam dato tal sensazione chiediam venia.
Per ciò che ci concerne le lobby del carbone potrebbero anche fare tranquillamente la fine di Enron.
Bravo Chavez. Avanti così.
Very good
I paletti contenuti nella bozza del Trattato di Copenaghen che le associazioni di tutto il mondo hanno preparato come contributo alla conferenza mondiale che si terrà a dicembre in Danimarca.
MANTENERE l'aumento di temperatura sotto i 2 gradi. Tagliare le emissioni serra dell'80 per cento entro il 2050. Investire 115 miliardi di euro l'anno per difenderci dal caos climatico. Sono i tre paletti contenuti nella bozza del Trattato di Copenaghen che le associazioni ambientaliste di tutto il mondo hanno preparato come contributo alla conferenza mondiale sul clima che si terrà a dicembre a Copenaghen.
Per evitare che il termometro salga di 3, 4, forse 6 gradi sopra la temperatura che, con l'oscillazione di un grado, è rimasta costante da quando il primo essere umano ha piantato un seme nella terra, bisogna mettere il mondo a dieta, fargli consumare meno carbonio e più energie rinnovabili. Ma questa dieta non può essere uguale per tutti: bisogna tenere conto delle condizioni di partenza e delle possibilità di ogni paese.
Ai paesi industrializzati si propone la Cura Zcap (Zero carbon Action Plan) che vuol dire portarsi rapidamente verso l'obiettivo emissioni zero: tagliare le emissioni del 40 per cento entro il 2020 e del 95 per cento entro il 2050. Per i non industrializzati (ma Singapore, Corea del Sud e Arabia Saudita in base al reddito pro capite dovrebbero passare nell'elenco degli industrializzati) la franata è più lenta e si punta sui Lcap (Low Carbon Action Plan), cioè le basse emissioni serra: più 84 per cento rispetto ai livelli del 1990 nel 2020 e meno 51 per cento rispetto ai livelli del 1990 nel 2050. A tutto ciò va aggiunta la riduzione del 75 per cento entro il 2020 della deforestazione, che causa un quinto delle emissioni serra globali.
La combinazione di queste cure, differenziate ma convergenti, porterebbe a uno scenario in cui le emissioni serra - dopo aver toccato il picco tra il 2013 e il 2017 - torneranno ai livelli del 1990 nel 2020 e nel 2050 scenderanno dell'80 per cento secondo le indicazioni fornite dagli scienziati dell'Ipcc, la task force di climatologi messa in piedi dalle Nazioni Unite, per evitare il disastro climatico.
"Mentre a Bonn le trattative procedono con estrema lentezza, una vera e propria ONU ambientalista, con esperti provenienti da tutte le parti del mondo ha stilato questa prima bozza di trattato, con l'ambizione che diventi un riferimento per l'accordo sul clima di Copenaghen", spiega Mariagrazia Midulla, responsabile della campagna clima del Wwf. "Siamo partiti dal riconoscimento del dovere dell'equità, ma anche dalla considerazione che in atmosfera, dopo 200 anni di inquinamento e di utilizzo di combustibili fossili da parte dei paesi industrializzati, lo spazio è limitato. Certo i paesi industrializzati devono essere i primi a tagliare le emissioni, ma questo non sarà sufficiente per scongiurare gli scenari più catastrofici. Con il sostegno finanziario e tecnologico del mondo industrializzato si può però fare un vero e proprio salto tecnologico che permetterà ai paesi in via di sviluppo di crescere in modo sostenibile".
"Anche in Italia ci attenndiamo già una dura battaglia da parte delle lobby legate al carbone, che in primis Assocarboni, Coeclerici ed altre" spiega una fonte autorevole.
Ecco il mondo low (non love) carbon
Venezuela: Chavez minaccia Nestlè e Parmalat di espropriazione Il presidente Ugo Chavez li accusa: «monopolizzano tutto come col Carbone, Gas e Petrolio ... non lasciano latte sul mercato accaparrandosi tutta la produzione in modo irregolare»
Qualche tempo fa fa il Presidente venezuelano, Hugo Chavez aveva minacciato le imprese di trasformazione del latte di possibili espropriazioni nel caso avessero, in qualunque modo, «sabotato» la politica governativa concernente questo delicato settore, negli ultimi giorni Chavez si è poi spinto oltre, facendo nomi e cognomi e avvertendo sia la compagnia svizzera Nestlé che quella italiana Parmalat di essere sotto stretta osservazione per sospetti nella loro attività.
Da tempo nel mercato alimentare venezuelano scarseggiano molti prodotti di prima necessità, sia a causa della politica dei prezzi amministrati dal governo, sia perché il mercato locale non è in grado di incrementare la sua produzione. Tuttavia il settore lattiero è quello che più preoccupa il capo dello stato venezuelano. Per questo Chavez, già teso per l'annunciato congelamento di risorse finanziarie della compagnia petrolifera statale venezuelana, Pdvsa, (richiesto dalla statunitense Exxon Mobil Corporation, ndr), ha di recente minacciato l'espropriazione degli impianti dei due sopracitati colossi alimentari.
Il Presidente, con tono solenne e senza alcuna ironia, ha così inquadrato la crisi del settore nel suo paese «Non serve a nulla installare impianti statali se non c'è disponibilità di latte perché se lo prendono tutto la Parmalat o la Nestlé - e ha continuato - Questo governo deve operare un giro di vite». «Se si dimostra - ha proseguito Chavez - che Nestlé e Parmalat, attraverso diversi meccanismi economici, o di pressione o di ricatto e offrendo denaro anticipato, riescono ad agguantare tutta la produzione di latte, lasciando gli impianti statali senza niente, si dimostra che si è di fronte al sabotaggio - ha spiegato ancora - E si deve allora applicare la Costituzione, intervenire ed espropriare quelle fabbriche». Il capo di stato venezuelano sospetta inoltre che le imprese trasformatrici preferiscano produrre generi che si possono vendere a prezzo libero o addirittura esportare all'estero, in particolare in Colombia, come i formaggi di qualità.
Lo scorso 20 gennaio Chavez aveva, per la prima volta, minacciato l'espropriazione annunciando anche un aumento del 37% (da 1,10 a 1,50 bolivar forti) del prezzo del latte al litro da pagare al produttore, una misura che tuttavia non sembra aver, fin'ora, aumentato la disponibilità del prodotto. A Zurigo, la sede della Nestlé ha intanto spiegato di non aver ricevuto alcuna informazione ufficiale, mentre a Caracas la direzione di Parmalat Venezuela ha affermato che non intende reagire alle notizie diffuse dalla stampa. Da una fonte ufficiosa si è poi appreso che l'attività nei cinque impianti Parmalat venezuelani prosegue indisturbata e che la mancanza di prodotto sul mercato costituisce un serio problema, visto anche che, nella cosiddetta estate venezuelana, l'offerta di latte dovrebbe ridursi del 30-40% come avviene ogni anno.
Riguardo a tutto ciò il Presidente della camera dell'industria lattiera (Cavillac), Roger Figueroa, cui aderiscono Parmalat e Nestlé, ha assicurato che «Nessuna delle imprese associate compra latte pagando cifre superiori a quelle regolate dal governo». «In base a calcoli della Camera - ha aggiunto poi Figueroa, riconoscendo un'insufficiente produzione del genere alimentare - in Venezuela si producono circa 1.700 milioni di litri di latte l'anno ma per soddisfare la domanda ne servirebbero, più o meno, 3.200 milioni»
Chavez: "se non vengono rispettate le selve e le montagne nella Sierra di Perijá, il carbone rimane sotto terra".
Conferenza stampa col presidente Hugo Rafael Chávez Frias, mercoledì 24 maggio 2006, dal salone Ayacucho, Palazzo di Miraflores:
"Noi esseri umani da quando esiste la specie umana ci siamo dedicati a distruggerci, diceva Simón Rodríguez: autodistruggerci, invece di aiutarci... ma allora preferisco la tesi di Gesù,l'uomo è la speranza... ora dipenderà da come assumiamo questo enunciato come esseri umaniveri, e come fratelli"... "Nella relazione dell'uomo con la natura dobbiamo cercare l'equilibrio, ripensare tutto,... enoi proponiamo il socialismo per ripensare tutto, come diceva Cristo, l'uomo è l'alfa e l'omega, ilprincipio e la fine, questo deve essere il socialismo. Nel capitalismo è il denaro l'alfa e l'omega. Epertanto, se bisogna distruggere i boschi per tirare fuori il carbone, distruggiamo i boschi. Per esempio, io ho detto al generale Martínez Mendoza a Corpozulia, dove c'era un progetto disfruttamento del carbone di grandi dimensioni e dove mi hanno portato alcune critiche, ho detto: guardi, se non c'è un metodo che assicuri il rispetto delle selve e delle montagne cheimpiegarono milioni di anni per formarsi nella Sierra di Perijá, dove c'è il carbone, allora, se nonc'è un metodo che mi dimostri in verità che non distruggiamo la selva, né inquiniamo l'ambientein questi paesi, se non mi viene dimostrato, questo carbone rimane sotto terra, non lo tiriamo fuoridi lì che rimanga sotto terra; dico questo come un fatto ma che segna una linea, un concetto eche ogni giorno deve essere sempre più realtà, deve concretizzarsi nel nostro modello dicostruzione del socialismo"
ma quando mai le miniere hanno ucciso l'ambiente
Un'estratto da "Le Monde Diplomatiche" (da un reportage di Maurice e Alexis Lemoine):
"...Si parla anche dei grandi proprietari terrieri. Ma l'inquietudine porta soprattutto un nome: imprese minerarie. Queste infatti hanno delle evidenti ragioni per impedire la delimitazione del territorio.
La legge infatti dice molto chiaramente che una volta che gli indios saranno entrati in possesso del territorio, bisognerà chiedere il loro permesso sul possibile sfruttamento delle sue risorse. In altre parole, saranno loro a decidere. Un progresso considerevole. In passato - «prima del nostro presidente Chávez», come si dice qui - le compagnie minerarie potevano distruggere fiumi e foreste senza alcun vincolo ambientale e così ammassavano profitti liberi da imposte. Del resto non sono mancati i conflitti, spesso anche violenti, fra gli indios e la polizia, la guardia nazionali e l'esercito.
Sui principali stati indigeni del paese (Amazonas, Bolivia e Zulia) si trovano riserve importanti e strategiche: uranio, oro, altri metalli preziosi, carbone. E i bari lo hanno sempre saputo: se i politici e i terratenientes (proprietari terrieri) si interessano alla Sierra de Perija, i soldi cresceranno al posto degli alberi, e comincerà la grande devastazione. E non soltanto per loro. La Sierra rifornisce di acqua la città di Maracaibo, che spesso ne è crudelmente priva.
Sotto le precedenti presidenze, due miniere sono state aperte nel nord dello Zulia - stato in cui vivono i wayuú, i bari e gli yupka.
La Corporazione di sviluppo della regione di Zulia (Corpozulia) e la sua filiale Carbozulia sono istituzione statali legate alle multinazionali e conducono un'intensa campagna anche nell'ambito del potere,con molto denaro, per estendere l'attività mineraria. Da due anni si assiste a un duro scontro, che a volte ha contrapposto gli stessi indios. Le miniere infatti danno lavoro a settemila lavoratori - impegnati nel settore dell'estrazione, del trasporto e dell'esportazione.
E vi lavorano molti wayuú. «Queste etnie non difendono il loro territorio - dice con gli occhi accesi dalla rabbia un indio di Karañakal, nella Sierra de Perijá. Arriva qualcuno che dà loro del denaro e questa gente si vende. Ma i bari non sono così».
A Saimadoyi nel 1999 il presidente ha affermato che non sarebbe stato estratto un solo grammo di carbone se questo avesse comportato dei problemi ambientali. Così alle preoccupazioni legittime degli indios si è sostituita la voce degli «ecologisti», che organizzano una campagna anti-Chávez, definito un «proconsole dell'Impero» alleato delle multinazionali.
Poco numerosi, ma dotati di una grande forza mediatica grazie a internet, questi gruppi - fra i quali Homo e Natura - hanno beneficiato all'estero del sostegno di numerosi siti progressisti e anche di pagine web finanziate dalla Fondazione Rockefeller. «Ci sono persone che per difendere i loro interessi parlano al posto degli indios - commenta Castro. E quando vanno a vedere gli indigeni dicono quello che gli fa comodo».
Con la rete televisiva statale Vive Tv, il Venezuela ha imparato che gli ecologisti non sono i portavoce degli indios, che questi ultimi hanno una loro voce. Attraverso questa televisione i bari hanno potuto esprimere le loro preoccupazioni. E sono stati ascoltati.
Il 21 marzo, su ordine del presidente, il ministro dell'Ambiente de Yubiri Ortega de Carrizalez ha annunciato il divieto di aprire nuove miniere di carbone nello Zulia e anche l'ingrandimento di quelle già esistenti. Il governo pensa a una strategia di sviluppo diverso: agricoltura, allevamento e turismo.
Intanto nel paese indio, le realizzazioni si moltiplicano: delimitazione delle terre fra gli stati di Anzoátegui e del Monagas; consegna di barche ambulanza nell'Amazonas, nel Bolivar e nell'Apure; installazione di pannelli solari in alcune comunità dell'Apure per produrre elettricità; distribuzione di razioni alimentari nel delta Amacuro. A volte confusionaria, la rivoluzione non ha lesinato nella creazione di organismi: Istituto regionale degli affari indigeni (dipendente dai governatori), divisione regionale degli affari indigeni (ministero dell'Educazione), «missioni» Gaicaipuro (politiche sociali destinate agli indios), Robinsón (alfabetizzazione), Rivas (studi secondari), Barrio Adentro (sanità) e così via. Le competenze di queste organizzazioni finiscono talvolta per sovrapporsi, e come dice il cacicco di Karañakal: «Un giorno viene un funzionario, il giorno dopo ne arriva un altro, poi un altro ancora e non ci si capisce più niente».
Nel 2006, per rimediare a questa situazione è stato creato il ministero del Potere popolare per i popoli indigeni, guidato da un'india, Nicia Maldonado. A questa struttura e in collegamento con essa si aggiunge la designazione di coordinatori provenienti dalle comunità. Le difficoltà, ovviamente, non sono finite..."
Chavez dice schiettamente che il carbone fa schifo e danneggia l'ambiente (ma i suoi ministri quanti $ hanno chappato sin'oggi da Carbozulia e soci?)
http://www.youtube.com/watch?v=61eZ-qkRZms
http://www.youtube.com/watch?v=cuXtyjiimlg
Gli espropri Chavez hanno toccato un colosso come la Coca Cola.
Che vuoi che sia un un po coal..
Coca Coal
What is so revolutionary about Venezuelan Coal?
Six years after Chavez was voted into power indigenous people are still fighting for their lives and for the environment.
In 1999 Chavez was voted into power, the new Venezuelan constitution was written and people were thirsty for change. Neo-liberal policies were rejected in favour of ‘missions’; designed to empower the very poorest communities. The ‘left’ across the world celebrated while the ‘right’ panicked. The political landscape in Venezuela was polarised; Chavez vs. the capitalist opposition; black vs. white.
However 6 years on and there is trouble in paradise. Big business is reasserting itself while indigenous people continue to fight for their lives and for the environment. Shades of grey and bursts of colourful resistance are breaking through the black and white picture. Learn more and find out what you can do to help.
WHAT IS SO REVOLUTIONATY ABOUT VENEZUELAN COAL?
In recent months, the Venezuelan government has announced its intentions
to triple the production of coal mining in the western state of Zulia from
8 million metric tons to 36mmt per year. This long-term energy sector
expansion project falls into a much larger regional development plan that
has come into sharp conflict with communities and environmental interest
in the region. In what seems to be contrary to the anti-imperialist
revolutionary rhetoric of President Hugo Chavez, and more similar to other
recent announcements that the Venezuelan government has in the last months
with regards to it's energy and development policy, Big Coal along with
Big Oil, and the World Bank are at the drawing board when it comes to
Venezuela's plans for development and “revolutionary process”.
Zulia is Venezuela’s most westerly state, and has been historically the
cradle of Venezuela’s oil wealth, generating hundreds of billions of
dollars over the last half century in wealth for foreign oil companies
that have exploited the region since the 1920s. It’s also a region where
many still primitive indigenous communities cling on to their last
remaining ancestral lands threatened by the expansion of the oil industry.
Barí, Yukpa, and Wayúu tribes have for decades also resisted the
encroachment into their territory by lumber, ranching and mining
interests, and have held the line at the Sierra de Perijá Mountains.
In the last fifteen years since the early nineties, whole Wayúu
communities were forced of their lands in the Guasare-Socuy river valley,
a region in north-western Zulia and immediately north of the Sierra de
Perijá. In that time Corpozulia, the regional/state development agency,
together with foreign private mining firms opened two massive open-pit
coal mines, Mina del Norte and Paso Diablo, displacing thousands of
inhabitants in the immediate surrounding area, primarily due to the heavy
metal laden dust produced by the mines that eventually can cause
pneumoconiosis, a respitory lung disease that can lead to lung cancer. The
announcement to increase the quota of volume of coal exploited in the
region also includes new mining concessions that span a territory of
approximately 250,000 hectares that includes the entire foothills region
east of the Sierra de Perijá mountain range.
Dividing Venezuela and Colombia, the Sierra de Perijá is a strategic route
for drugs and arms trafficking and a safe haven for guerrilla and
paramilitary camps. Its is also one of Venezuela’s premier National Parks,
with humid to sub-humid tropical rainforest and high-mountain grasslands
extending over 300,000 hectares and harbouring such unusual suspects such
as the black eagle, capuchin monkey and the Andean bear. The Sierra de
Perijá also is a key source of fresh water in the region providing rivers
and other rich riparian eco-systems that are also important sources of
food security for communities in the river basin areas. Forming a
semi-ring with the Andean mountain range around Lake Maracaibo, the Sierra
de Perijá is now the premier coal reserve in the country, with estimated
deposits of 400mmt.
Zulia’s state capital, Maracaibo, with a urban-sprawling population of
approximately 3 million people, is a city that despite being the most
developed metropolis in western Venezuela, has always had severe water
shortages and ration periods. State officials claim that the water
shortages are due to “low reserves in the Tulé and Manuelote reservoirs”.
Local residents contest that the shortages are due to poorly regulated
water systems, corrupt water resource authorities, and water contra
banding businesses that steal from public water sources and resell the
precious liquid in water-deprived areas of the city.
The two reservoirs, Tulé and Manuelote, are Maracaibo’s only sources of
fresh water and fed by the Cachirí, Socuy, and Maché rivers. All three
rivers are born in the Sierra de Perijá and flow east into the Perijá
foothills. Maracaibo, ironically, sits on the coast of Lake Maracaibo, one
of the largest fresh-water lakes in South America and the world, and once
a safe source of fresh portable water for the city, now is too overly
contaminated by decades of precarious oil exploitation practices that it
is not even safe to swim in. Although some areas around Maracaibo are
flooded and almost swamp-like, other parts of the city receive running
water only once a week, and has seen its region’s water quality and supply
negatively affected by the existing coal mining operations in the
Guasare-Socuy region that use the Socuy river to “wash” the coal during
its collection and separation process.
Along with the announcement to increase the coal mining concessions in
Zulia, Chavez has also agreed to the construction of Puerto America, a
mega multi-use industrial sea-port for international exportation of coal,
petrol-chemicals, and oil among other “goods” (or bads) to US and European
consumer markets. These plans also include a coal-powered thermoelectric
plant and an extensive railway system to facilitate the transportation of
coal from the Sierra de Perijá to the proposed new sea-port. Puerto
America is proposed to be built atop three islands off the coast of Zulia
and at the mouth of Lake Maracaibo’s entrance to the Caribbean Sea.
Zapara, San Carlos and San Bernardo Islands, considered unique artisan
fishing communities that maintain modest lifestyles and close
relationships with the fauna island refuge Los Olivitos, a nature preserve
for rare sea birds, are in complete disapproval with the proposed sea-port
construction plans and claim never to been reasonably consulted about
their fate. These expanded coal concessions and parallel transportation
projects are set to begin next year with hundreds of millions of dollars
in funding from the World Bank, according to Corpozulia.
All these development projects have been negotiated behind closed doors
and without the knowledge or consent of local communities slated to be
affected.
The appropriate question to ask now would be ¿who is at the drawing board
when it comes to these long-term energy-sector and transportation plans?
The list of multinational corporations investing in the region is too long
to list, not withstanding the usual suspects in Big Oil, Chevron Texaco
being Hugo Chavez’s favorite darling. The Ministry of Development and
Planification calls the coordinated initiatives in Zulia the Western Axis
of Development, which is one of three axis of development designated to
Venezuela within the larger continental development initiative called
IIRSA.
Funded in part by the Inter-American Development Bank, and the Andean
Development Corporation, among other banks and states, IIRSA, in Spanish
stands for Integración de Infraestructura Regional de Sur America, or in
English, the South America Regional Infrastructure Integration Initiative.
As the name explains, IIRSA is a regional or continental wide initiative
aimed at integrating and synchronizing strategic infrastructure works that
will facilitate “a more efficient” exploitation of resources, human and
natural. IIRSA seeks multi-state cooperation and funding for a wide range
of sectors such as, transportation (land, sea and air), borders, ports,
information technology and communications, and energy markets. In
Venezuela, there exist three main development axes; the eastern and
western axes spanning “vertically” at each extreme of the country, and the
Apure–Orinoco axis, that runs “horizontally” spanning across the country
connecting the other two axes like a “H”. Zulia´s coal industry and Puerto
America are the cornerstone of Venezuela participation in IIRSA mostly due
to their geographical contributions, facilitating a gradual connection to
the Central American infrastructural integration initiative, Plan Puebla
Panama (PPP). Along with the recently announced gas-pipeline between
Colombia and Venezuela (Gasoducto Trans-Guajira) and the “now proven”
heavy crude oil reserves (the largest in the western hemisphere) in
Venezuela’s Orinoco river basin- the main component in the Apure-Orinoco
development axis, Hugo Chavez, Colombia’s president Alvaro Uribe, and
their closest associatesin Big Coal and Big Oil, have secured for the
first-world’s unsustainable and growing energy markets, cheap and reliable
fossil fuels for the next 50 years.
Since the announcement made by the Venezuelan government to increase the
volume of coal exploited in Zulia, indigenous communities and
environmental groups of all colours have band together to create a
resistance movement to save the Sierra de Perijá Mountains and rivers,
Maracaibo’s fresh water sources.
On March 18 a crowd of 3 thousand mostly Yukpa and Bari marched into the
city of Machiques, a small farming town close to the proposed mining
concessions. After marching 20 kilometers and reaching the city, the crowd
overtook the central plaza for a rally and shortly afterward occupied the
city’s mayor’s office, shooting arrows and breaking though the front door.
Their main demand and slogan was “No al Carbón en la Sierra de Perijá."
Coal in Spanish is called carbon.
Earlier in that month, MIACCA, a coal mining company form Chile, had
announced that two of their coal transport trucks had been “destroyed” and
a Chilean mining engineer kidnapped. Shortly afterward Barí warriors
released the captive engineer unharmed and admitted responsibility to
“disabling” the two transport trucks, claiming they are in full resistance
to coal mining in the Sierra de Perijá.
On March 31, thousands of protesters took to the streets of Caracas, in an
attempt to march to the presidential palace Miraflores to ask President
Hugo Chavez to personally cancel the expanded coal mining concessions. The
protesters also demanded the immediate recognition of indigenous
self-demarcated lands, outlined in Venezuela’s new “Bolivarian”
constitution and in the Indigenous Territory Self-Demarcation Law.
Hundreds of protesters travelled overnight, 12 hours to Caracas in a five
bus caravan from the state of Zulia. The mostly indigenous contingency
were Wayúu from the Guasare-Socuy valley, communities affected by existing
mines in their region, and Yukpa and Barì communities from the Sierra de
Perijá Mountains that are resisting the opening of new mines in their
territories. Also, a large group of university students and adults from
Maracaibo joined the caravan. Among them were ex-employees of the
Guasare-Socuy mines wanting to protest the lack of health and safety
standards used in the mining operations.
These groups were met in Caracas by hundreds of more protesters from all
over Venezuela, representing a wide spectrum of social, human rights, and
environmental groups. Many individuals and groups are supporters of the
government under President Hugo Chavez and the “Bolivarian revolutionary
process”, but feel the development plans of the coal industry are not in
the best interest of Zulia and the local communities in the region. The
protest ended late in evening, with the delegation of representatives
never meeting with President Hugo Chavez, who was actually too busy to
attend to the thousands of protesters in the streets because he was in a
high profile meeting with Argentinean soccer legend and renowned party
animal, Diego Maradona. On April Fool`s Day- the next day after the march
in Caracas, Corpozulia, countering the meagre media coverage of the
indigenous protest, paid for full-page colour publicity spots in all the
local newspaper friendly to the Chavez government, leaving one wondering
if publicity editorials that claim their “commitment to the environment
and the effected communities” were aimed at Chavez supporters.
The reality is that behind these green-washing initiatives is a greater
development plan that receives little attention. Unlike other
international “cooperation” initiatives like the FTAA or the PPP or even
Plan Colombia which are overtly despised by the Venezuelan government,
IIRSA has received little or no media attention at all. This is because
Venezuela’s government has been quiet frankly in favour of the initiative,
marketing it as a step toward Simon Bolivar’s dream of a united South
America of independent states. But what is not being discussed are the
social and ecological impacts that these “cooperation projects” will have
on communities and the natural environment.
The campaign to stop coal mining to save the Sierra de Perijá and water
for Maracaibo has opened a much larger can of worms. Along with other
slogans used in flyers and banners at protests, NO al PPP and No al IIRSA
have become standard messages that activist in these struggles have used
to connect the dots between the many industrial development projects
taking place the region. And this has not come without the propaganda
backlash from the “revolutionary government.”
More recently on April 22, an Earth Day protest organized in collaboration
with the Colectivo Radical Autonomo Morfo Azul, or CRAMA, that had
intended to march to the headquarters of Corpozulia in Maracaibo, turned
into a media stunt propagated by the head of Corpozulia, General Carlos
Martinez Mendoza. Like many other important positions held in the
Venezuelan government, high military officers in business suits are
calling the shots. General Martinez, getting word of yet another annoying
indigenous march and protest, called for a rally of supporters of coal in
front of Corpozulia. Actually, contracting coal transportation truckers
and other mining employees employed by Corpozulia, the “counter-march” was
reminiscent to the marches seen in 2002 and 2004 during the contested
fight between opposition and supporters of President Hugo Chavez. General
Martinez claimed the counter-march was spontaneous and a surprise to him,
seeing the “overwhelming support for Zuila’s mining industry.” He failed
to explain though how the spontaneous counter-march had organized streets
to be blocked off by police, and a huge rally stage with concert-like
sound equipment had been set up in front of Corpozulia so spontaneously
and to his surprise.
CRAMA, in English stands for the Blue Morphos Radical Autonomous
Collective - as in the striking beautiful butterfly particular to the
region. This Earth First!esque collective has been carrying out a popular
education campaign, visiting various communities slated to be effected by
the expansion of the mining concession and the parallel transportation
projects that are proposed. Making face to face contact with the
communities, conducting workshops, sharing experiences, videos
documentaries and music, this collective has done a considerable job in
bringing necessary information to how all these projects mentioned are
intimately connected. To find out more about how you can help CRAMA in
their struggle to fight coal mining and save the Sierra de Perijá mountain
and rivers in Zulia please see:
Or contact: noalcarbon@riseup.net
Indigenous groups in the Sierra have asked for people to volunteer as international observers through January and February. For more information contact the above address or eddieantig8@hotmail.com
Other recommended links;
Venezuela’s Indigenous People Protest Coal Minng
www.venezuelaanalysis.com/articles.php?artno=1414
Americas new Enemy
www.venezuelaanalysis.com/articles.php?artno=1600
Se anche tu ami l'ambiente ...
non ti chiediamo di dare una mano,
OFFRI ALMENO UN DITO!
Anglo American, Carbones del Guasare, Carbozulia, COECLERICI
Vedi che c'è qualche persona di buon senso che al G20 di Pittsburg ha pensato bene di ribadire il concetto:
"Il Carbone è pericoloso, datato e sporco ... (come Coeclerici)"
"Il Carbone è pericoloso, datato e sporco ... (come Coeclerici)"
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