Le ragioni dell'Onda e il Guardiano della Repubblica

category provincia di torino | repressione | opinioni author venerd 10 luglio, 2009 14:09author by Network Antagonista Torinese - Network Antagonista Torinese/askatasuna/murazzi/cua/ksaauthor email news at infoaut dot orgauthor address http://www.infoaut.org

Riflessioni a freddo su un’operazione normalmente “anomala”

Una riflessione complessiva sul senso e le finalità dell'operazione "Rewind".

A qualche giorno dall’exploit dell’operazione “Rewind”, proviamo a mettere giù una riflessione distesa e serena su senso, fine e destinatari del nuovo spot promozionale del trio istituzionale Governo-Magistratura-Forze dell’Ordine, tante volte su sponde opposte, oggi stretti in rinnovata unione contro il comune nemico, ancora una volta inividuato nei movimenti.

I movimenti ringraziano, si riconoscono nella dicotomia: da una parte i custodi dell’ordine costituito, dall’altra chi prova, con umiltà e ostinazione ma con immenso piacere, ad operare nel segno della trasformazione.

Cosa cercano con questa nuova maxi-operazione il Ministro degli Interni e la Procura di Torino? Perché tanto accanimento e copertura mediatica per una (in fondo) ordinaria operazione di repressione?

Nell’epoca in cui la Politica è (anche, in buona parte) Comunicazione, il blitz viene coordinato a livello nazionale come nelle più spettacolari operazioni dell’antimafia. Gli ingredienti del resto ci sarebbero tutti, a partire dal protagonista-eroe, sua-santità-Caselli, per il quale “le violenze erano preordinate” da “300 pronti a tutto”, “organizzati in modo para-militare”.

Verrebbe da ridere se non ci fosse di mezzo la libertà di 21 giovani.


Caselli: “mutazione genetica” o eterno ritorno dell’identico?

Il segno politico dell’operazione è dato proprio dalla scesa in campo, pubblica e senza mediazioni di un sancta sanctorum della sinistra legalitarista e impotente, che usa la Magistratura come Viagra e riduce la battagia contro Berlusconi alla pratica sconcia del voyeurismo. Ecco allora aprirsi il sipario per il Procuratore Caselli, un cappello calato dall’alto per sigillare con l’ultima parola benedicente l’intoccabile bontà e giustezza di una manovra di repressione politica e intimidazione sociale.

Per arricchire la messinscena il Procuratore esercita anche produttivamente un linguaggio altrimenti stantio e burocratico: quelli scesi in piazza a Torino sarebbero soggetti mutanti, pericolosi per il corpo sociale perché affetti da una “mutazione genetica” in corso. Sembrerebbe la sinossi de L’invasione degli Ultracorpi, noto film di fantascienza americana degli anni ’50, in cui l’agente mutante-alieno altri non era che la trasposizione filmica del “pericolo rosso” contro cui il Maccartismo invitava alla pubblica delazione (ed infatti l’operazione pretende di colpire “i mutanti” cattivi per preservare i manifestanti buoni). Il Procuratore deve essere anche un discreto cinefilo e aver fatto tante volte “Rewind”.

Ma chi è e cosa vuole questo piccolo uomo, (ci riferiamo alla statura morale, non a quella fisica), campione di presentabilità quanto di insuccessi reali nel campo in cui viene canonizzato come eroe nazionale: l’antimafia. Il giudice Caselli adora Don Ciotti (titolare di una multinazionale del sociale) e i giovani virgulti delle associazioni antimafia (trampolino di lancio per carriere nella politica istituzionale) ma soprattutto non manca (quando serve, non si spreca per poco il Procuratore) di bastonare i/le giovani che per cambiamento e la trasformazione si battono per davvero; e per questo sono magari anche capaci di rischiare qualcosa.

Dove sono Caselli e i suoi colleghi quando si tratta di intervenire strutturalmente nei gangli in cui l’economia mafiosa si riproduce e prolifera: nelle poltrone dell’amministrazione politica, interfaccia e merce di scambio tra economia legale ed illegale; nell’immobiliare e nell’economia della rendita, attività interessata di tanti pubblici amministratori; nel grand affaire dello smaltimento di rifiuti e nella conseguente costruzione degli inceneritori. No, è più facile che a questo livello il buon Caselli e i suoi colleghi intervengano invece contro chi si organizza per difenderli i territori, come sicuramente faceva quel compagno di Napoli, sicuramente impegnato anche nella battaglia di Chiaiano.

Forse però al buon Caselli, dopo tutto, di tutto questo, non gliene frega niente. A lui, piccolo uomo, interessa soprattutto portare a casa la pagnotta (e che pagnotta!), continuare a frequentare i club chic della città, andare a cena con i poteri forti, mantenere la casetta in montagna e la barca nel porto, dare un colpetto sulla spalla dei giovani buoni della sinistra legalitaria e un giro di chiavistello per quelli che al loro posto non ci sanno stare…

In fondo è poi questo l’identikit di questo miserello inquisitore: debole con i forti, forte con i deboli. Fattosi le ossa (sulla pelle degli altri) negli anni ‘70 con la repressione dei movimenti sociali, sposando e facendo propria la tesi di un Pci fattosi-stato secondo cui tutto quello che stava alla sua sinistra era lotta armata. Erano i tempi in cui il Partito ordinava la linea del compromesso storico, ordita dai sarti Berlinguer e Moro. Anche se dietro le quinte, Giulio era allora troppo forte ed intoccabile, alleato nella preservazione del sistema. Qualche anno dopo, quando tutti davano addosso ad Andreotti ci si mette anche lui. Dopo anni di leccate di culo, il tempo del voltagabbana e della persecuzione. Che misero profilo!

Ottenuti pochi risultati contro la criminalità organizzata, eccolo promosso (a pieni voti: lo stato è riconoscente con i suoi servitori) Procuratore Capo della Repubblica di Torino. Più che mutazione genetica ci sembra di assistere all’eterno ritorno dell’identico.

 

Le finalità dell’operazione: auto-promozione, deterrenza, produzione teorematica

Archiviato il ritratto del magnifico procuratore (ne abbiamo già palato anche troppo!) vale invece la pena di soffermarsi sulle implicazioni e le finalità di quest’odierna operazione contro il movimento dell’Onda.

Da più parti si è fatto notare come dietro la recente campagna pubblica contro i vizietti del Cavaliere potrebbe celarsi la volontà di alcuni pezzi del ceto politico nostrano e dei poteri forti da essi rappresentati di farla finita con Berlusconi per salvare l’onorabilità e di un sistema strutturalmente marcio ben oltre le malefatte del Cavaliere. Una sorta di rivoluzione dall’alto nella tradizione di Mani Pulite, secondo l’italico costume per cui occorre cambiare tutto per non cambiare niente. Protagonisti e interpreti del “nuovo corso” dovrebbero quindi in primis sapersi mostrare irreprensibili esecutori della ragion di stato. (E’ bene ricordare che i prodotti più autentici della vicenda Mani Pulite furono la nascita di Forza Italia e l’affermazione politica e sociale della Lega Nord come nuovo ed ultimo partito di massa). L’operazione persecutoria contro l’Onda andrebbe allora letta come primo exemplum di questa trasformazione di facciata. Un’ipotesi interessante su cui continuare a ragionare, provando a prevedere ed anticipare le mosse (contro di noi) ordite ai piani alti e accompagnate da un consenso populista e tele-guidato.

Da parte nostra siamo però ben poco inclini alle seduzioni delle narrazioni complottistiche. Spesso la politica istituzionale, nella sua miseria (e oggi incapacità di previsione e progettualità) è ben più semplice e dalle gambe (e vista) corte. Se dunque queste riflessioni possono rivelarsi feconde e lungimiranti, questo varrà forse per un quadro sistemico più generale.

 

Misurando invece le finalità di quest’ultima operazione ci sembra piuttosto che ne vadano individuati tre livelli.

Sul brevissimo termine, a livello di pura contingenza (cui si riduce la Politica-Comunicazione) si trattava di produrre il “risultato” in corrispondenza del G8, con una duplice finalità: da un lato intimorire i movimenti in partenza per L’Aquila (punto di vista dei movimenti) e “impedire ai facinorosi di organizzare nuovi disordini” (punto di vista poliziesco). Se è indubbia la finalità preventiva e repressiva,

Dietro questa interpretazione c’è una concezione riduttiva e caricaturale della natura dei movimenti e dei soggetti che li animano. Come se il grado di conflittualità di un evento dipendesse da 21 (o 300, poco importa) soggetti ben individuabili e circiscrivibili nelle patrie galere. Gli eventi di questi giorni mostrano piuttosto il contrario; che la natura di una protesta, di una rivolta, di un’espressione pubblica di dissenso consiste invece nella sua capacità di cambiar pelle, riprodursi un po’ più in là, mutare forma e geografia. Raramente è prevedibile a tavolino (come pretenderebbero gli specialisti delle questure).

Dall’altro lato (e ci sembra invece quello più effettivo e produttivo) si tratta di mostrare al paese, ai suoi poteri forti, alla maggioranza silenziosa che li sostiene attivamente con l’esercizio passivo del voto, che la Polizia di Stato lavora e produce risultati. Uno spot di auto-promozione dentro quell’altro mega-spot che è questo G8, al tempo stesso surreale e vergognoso. Inutile il primo, inutile il secondo ma intanto si consuma pubblicamente la legittimità socialmente ben poco riconosciuta di istituzioni putride e fondamentalmente inutili: un G8 superato dalla crisi in atto; una Polizia di Stato capace di mobilitare un apparato mastodontico ed i suoi pezzi da novanta per arrestare 21 studenti. Questi se la caveranno con qualche settimana di reclusione. Sugli aquilani è invece in corso una sperimentazione di controllo e internamento di massa per provare, anche in quella provincia, la produttività della Shock Economy.

 

Su un medio-lungo periodo c’è invece l’esigenza, sempre attuale per le questure, d’intimidire i nuovi soggetti sociali che si affacciano sulla scena politico-sociale in prima persona e senza mediazioni, spesso con tutta la carica di entusiasmo e protagonismo che preoccupa non poco i conservatori dell esistente nei suoi precari equilibri.

Di fronte ad una crisi che non sembra mostrare segni d’inversione, la radicalità di cui l’Onda è stata capace in alcuni frangenti incute tutta la filiera gerarchica del Ministero degli Interni (da Maroni fin giù all’ultimo sbirretto di quartiere) spaventati da una potenziale generalizzazione delle pratiche conflittuali.

Si riscopre, a questo livello, il buon uso sistemico della misura cautelare come mezzo politico di deterrenza. Molti processi decadono, castelli accusatori crollano miseramente ma intanto, chi ha osato alzare la testa, si sconta un po’ di galera o altre misure “cautelari” (domiciliari, firme, obbligo di residenza, etc…).

Ipotizziamo infine un terzo livello, a futuro uso inquisitore. Ed è quello che emerge, in sottotraccia, tirando le logiche conclusioni da alcune delle allusioni del Procuratore. Si lascia intendere che in fondo, quelli che si sono arrestati, non sono i “veri” manifestanti ma “professionisti dello scontro”, “infiltrati”, “mutanti”… Il vocabolario attinge a piene mani dal poderoso archivio della sinistra-di-stato, quello per cui tutto quanto sfugge al suo controllo andrebbe riposto nel casellario dei “provocatori” (una volta scrivevano “chi li paga?”, oggi non sanno nemmeno dove scovare finanziatori occulti e “grandi vecchi”).

Nel caso specifico del 19 maggio si trattava di dimostrare l’estraneità degli arrestati alla condizione di studenti e, in senso allargato, dei 300 pronti a tutto dalla maggioranza del corteo. Nessuna delle due operazioni sembra però aver funzionato.


“Non sono studenti!”

E’ questo il ritornello giustificatorio che fa da sfondo all’operazione “Rewind”. Eppure, facendo i conti – e non è su questo piano che ci interessa rispondere – ben 15 o 16 dei 21 colpit* dai provvedimenti cautelari sono effettivamente studenti. Si tratta dei 3/4 di essi. Una percentuale ben significativa se consideriamo qual è oggi il grado di rappresentatività con cui vengono eletti governanti, pubblici amministratori, rappresentanti di categoria, sindacalisti, “rappresentanti degli studenti”…

Se uno studente partecipa ad una manifestazione operaia se ne lodano le virtù solidali e l’altruismo. Perché un lavoratore o un disoccupato non può partecipare ad una manifestazione studentesca?

La vera questione, tuttavia, ci sembra ancora un’altra, ben più profonda ed urgente: che cos’è oggi un lavoratore, che cosa uno studente? E’ ancora possibile una separazione netta di figure sociali in realtà sempre più sovrapponibili e dai contrni sfumati? Di cosa parliamo quando diciamo precarietà? Non è forse oggi la condizione esistenziale di una quota consistente e ampia dell’intero corpo sociale?

Forza e intelligenza dell’Onda erano consistite anche nel saper operare una sintesi dei bisogni e delle istanze di un soggetto multiforme, frammentato, giovanile e non, ch esi è riconosciuto in uno slogan programmatico: “Noi la crisi non la paghiamo!”.

La “mutazione genetica” allora non è tanto quella di manifestanti trasformantisi in paramiliatari ma piuttosto quella dell’odierna composizione del lavoro e del sapere vivo. Uomini e donne che al tempo stesso sono studenti, lavoratori a tempo indeterminato, a più riprese disoccupati, sempre precari/e (composizione tecnica). Ma anche: attivisti dell’Onda, militanti dei centri sociali, mediattivisti, uomini e donne impegnati nella difesa del proprio territorio, utilizzatori spregiudicati del sindacato come mero strumento nel suo valore d’uso (composizione politica).

Con molta naturalezza, proviamo a ricostruire il percorso-tipo di questo odierno mutante. Se il soggetto in questione è minimamente intelligente e curioso di quel che gli accade intorno, succede che all’università venga coinvolto nel movimento dell’Onda. Nelle dinamiche assembleari incontrerà probabilmente un/a simile che frequenta anche un centro sociale. Se è una donna (spesso anche se è un uomo) farà proprie le istanze di lotta e resistenza contro gli attacchi governativi in materia di riproduzione (aborto, riproduzione assistita); se abita una metropoli sarà facilemnte coinvolto nelle lotte a sostegno dei migranti, degli occupanti di case o di quello che localmente si muove. Se abita, lavora o studia a Torino si appassionerà molto facilmente alle ragioni della lotta No Tav. Se invece si trova a Napoli frequenterà il presidio di Chiaiano. A Bologna non perderà occasione di mobilitarsi contro un Cofferati (oggi un DelBono) che sgombera tutti e impedisce persino di bersi una birra per strada. In Veneto troverà normale partecipare alle mobilitazioni contro la nuova base DalMolin, spettatore non passivo dei disastri della guerra globale.

Cosa c’è di strano in tutto questo? Niente, o meglio nulla di per chi abita e vive a queste altezze del quotidiano presente. Per i Caselli e i suoi collaboratori promiscuità e porosita di questi confini sono invece intollerabili. Per loro gli studenti sono quelli che studiano, i lavoratori quelli che lavorano. Ognuno deve fare il suo mestiere: studiare (per imparare a lavorare), lavorare (per poter consumare), votare (per credere di contare qualcosa)… Se si è così sfortunati, isolati e senza prospettive ci si potrà sempre arruolare nei Carabinieri… o magari come mercenario ben pagato in una delle tante guerre che esportiamo oltreconfine. Se è una donna, consiglierà invece Berlusconi, potrà sempre fare la velina (o la escort).

Lo scambio, la messa in comune, la ricerca e definizione di un programma d’azione e trasformazione efficace è propriamente quello che i cittadini-sudditi non devono neanche immaginare di fare. Due secoli di Scienze Umane, qualche decennio di Scuola del Management servono anche e soprattutto a questo. Sintesi e ricomposizione possono e debbono essere fatte solo ad un livello più alto.

Ma questa (loro) Scienza è Scienza del Capitale (e del suo Comando).

Tra i temi esplicitamente messi a fuoco dal movimento dell’Onda c’era anche la critica dell’ideologia sistemica che postula la neutralità dei saperi. Martedì 19 maggio in corso Marconi ci si è battuti anche contro questo. Contro un vertice che prometteva di fornire le ricette di uscita dalla crisi, dentro questa divisone dei Saperi e del Lavoro, senza mettere in discussione nulla dell’attuale gerarchia dei poteri (mettendosi anzi al servizio della sua eterna ripetizione).

 

La Sinistra è morta... ma l’Onda continua a scorrere (e con lei i movimenti sociali)

Se c’è un grande assente in tutta questa vicenda è propro la sinistra Istituzionale. Non abbiamo udito una parola. Non s’è proferita voce! Il garantismo tante volte sbandierato è scomparso. Tutti a guardare senza volere (o sapere) dire niente. La crisi della rappresentanza sembra tramutarsi in letterale estinzione di questa parte politica. Qui non è più questione di percentuali (sopra il 20 % o al di sotto del 4%). Il silenzio su una vicenda di questo calibro ne attesta la sparizione sociale, culturale e politica.

Questa non è una lamentela né una disperata richiesta di aiuto. E’ una semplice e inconfutabile presa d’atto. Questi signori potranno anche pensare che noi siamo rimasti soli. Verrebbe da dire “meglio soli che male accompagnati”. Ma la verità è che la nostra solitudine è popolata. Lo dimostrano i cortei, le azioni e le occupazioni che in tutto il paese hanno costruito la risposta a questa operazione triste e impotente. Le assemblee e i presidi che i NoTav fanno per la nostra liberazione (quei montanari hanno esperienza della lingua biforcuta dei partiti). La ripresa d’ossigeno di un anti-G8 che sembrava partire un po’ in sordina. Queste sono però ancora solo le prime avvisaglie di un autunno che si annuncia ben più caldo e partecipato.


Torniamo e torneremo ancora nelle strade e nelle piazze, nei presidi e nelle assemblee, non per chiedere ma per pretendere la liberazione di questi 21 compagn* e di tutt* quell* fermat* e arrestati* nei giorni successivi. E non promettiamo nulla, né di tornare alla normalità né di starcene buoni. Affiliamo le “armi” per le prossime occasioni.

A sara dura… per voi!

 

Liberi tutt*! Liber* subito!

 

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Csoa Askatasuna - Csa Murazzi Collettivo universitario autonomo - Kollettivo studenti autorganizzati

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