Anna la partigiana di Dronero

category piemonte | storia e memoria | opinioni author lunedì 21 settembre, 2009 16:38author by Carlo Petrini

"I tedeschi e con loro i fascisti, non dimentichiamolo, incendiarono anche Cartignano"

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Se per Marcel Proust l´infanzia aveva la consistenza di una madeleine, per Anna Aimar ha il profumo di un dolce confezionato con acqua all´essenza di arancio. Aveva nove anni quando lasciò la valle Maira e la natia Roccabruna e, varcate le Alpi, si trasferì con la famiglia a Grasse ove per la prima volta assaggiò quel dolce. Lì sarebbe rimasta per più di 10 anni.

Seguiva i passi già percorsi da molti valligiani che tra le vigne e gli olivi della Francia meridionale cercavano una vita migliore. Erano emigrazioni definitive e in alcuni casi anche solo temporanee. Anche la famiglia Aimar conosceva queste trasferte periodiche, molto diverse tra loro: il padre nei mesi invernali, la madre subito dopo la gravidanza quando, affidato il nato a persone di fiducia, andava da balia in una famiglia borghese di Grasse. «Con il suo latte forse cedeva anche un po´ d´affetto pensando alla prole rimasta a Roccabruna», sospira oggi la figlia Anna.

Grasse era allora famosa per la produzione di profumi e offriva la speranza di un lavoro e una vita decorosi ai valligiani alpini. Molti cominciarono a pensare seriamente di trasferirvisi, tra questi anche gli Aimar che erano alla ricerca di un clima più salutare per la piccola Anna affetta da una persistente bronchite. Detto fatto. Nel 1929 la famiglia (i genitori e i tre figli) fecero il grande passo. «Mi ricordo - dice Anna - che appena arrivai a Grasse fui colpita dall´intensità dei profumi che aleggiavano nelle vie cittadine, così forti e persistenti da impregnare i vestiti». La madre trovò lavoro nella fabbrica di profumi della famiglia presso la quale era stata balia e, per un certo periodo, domestica. Poco più che bambina anche Anna cominciò a lavorare nel tempo libero. «All´alba, prima che il sole sorgendo facesse chiudere il fiore, andavo a raccogliere il gelsomino. Ore intere per raccoglierne, quando andava bene, mezzo etto da vendere alla fabbrica dove lavorava mia madre».

Rientrata momentaneamente a Roccabruna nella primavera 1940, la famiglia Aimar il 10 giugno fu sorpresa dalla dichiarazione di guerra alla Francia che rese impossibile il ritorno a Grasse. Fu l´inizio di cinque anni turbinosi che Anna inizialmente visse tra il borgo natio, Dronero e Torino ove era domestica. Dopo i primi bombardamenti sul capoluogo la vista di un albergo in fiamme in piazza Carlo Felice la convinse a tornare dalla famiglia in val Maira. Qui la famiglia Aimar, ormai ridotta alle sole donne (Anna, la sorella e la madre), sopravvisse pascolando mucche e coltivando quel po´ di patate e grano che danno le pendici montane.

Nel settembre 1943 queste vallate furono le prime ad accogliere i soldati della dissolta IV armata che, dopo l´armistizio, disseminò uomini e drammi in tutto il basso Piemonte. «Era un fiume in piena - ricorda Anna -; toscani, veneti, meridionali che cercavano vanamente di tornare a casa». Fu l´inizio del movimento partigiano che potè divenire forte e radicato solo grazie al sostegno della popolazione civile. Per fiaccarlo i tedeschi e con loro i fascisti, «è bene non dimenticarlo» precisa Anna, non esitarono a ricorrere alla violenza più brutale come quando, a monito, nel luglio 1944 incendiarono Cartignano e San Damiano Macra. Questa violenza nel marzo dello stesso anno raggiunse anche la casa di Anna ove, riuniti una cinquantina di valligiani affinché assistessero, i nazifascisti uccisero tre persone, un uomo, una donna e un ragazzo. E poiché, come dissero sprezzantemente gli autori del misfatto, «noi non tocchiamo le carogne», spettò alle donne del posto spostare e comporre le salme quando, dopo alcuni giorni, arrivò un falegname che fabbricò le casse da morto.

Anna parteggiò per la Resistenza. Ebbe un´immediata simpatia per i garibaldini ove erano assenti le distinzioni spesso presenti in altre formazioni ove il comandante mangiava altezzosamente in disparte. Si innamorò di uno di loro. A fine guerra sarebbe divenuto suo marito.

Si giunse così alla Liberazione che nel suo racconto ha i toni della piccola storia di paese. «Pensi che il neo sindaco di Dronero non voleva affacciarsi al balcone del municipio perché era senza cappello». E mostrarsi a capo scoperto sarebbe stato un´intollerabile mancanza di rispetto verso le istituzioni e i concittadini. Altri tempi, tempi di cui Anna Aimar non si smette di parlare, rievocandoli per chi non li ha vissuti o preferisce rimuoverli. «E continuerò a farlo finché avrò fiato».

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   ...     Resistente    lun 21 set, 2009 21:24 


 

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