domani pom giovani fasci in p. Carignano a Torino
provincia di torino |
antifascismo |
notizie
venerdì 06 novembre, 2009 13:58
by lenin
domani pomeriggio in p. Carignano a Torino i neofascisti mascherati della Giovane Italia si trovano per celebrare il crollo del Muro di Berlino del 1989
fermo restando che si spera che una tempesta di vento li spazzi via, ecco un testo critico sul 1989 tanto per dimostrare che sono sempre i soliti servi dei padroni, sarebbe carino andare a volantinarlo
a vent’anni dal crollo del Muro di Berlino
1989: QUANTI MORTI PUO’ FARE UNA PRIVATIZZAZIONE?
Un milione di morti. Questo potrebbe essere il terribile bilancio reale delle privatizzazioni accelerate imposte ad alcuni paesi dell’ex Unione sovietica negli anni ’90, secondo uno studio dell’università di Oxford pubblicato nel gennaio di quest’anno dalla più autorevole rivista medica internazionale, Lancet. La mostruosa cifra, una delle più alte che si possano direttamente associare a un deliberato atto politico, è la traduzione di quel 12,8 per cento di aumento della mortalità che gli analisti di Oxford hanno riscontrato nella dinamica demografica del decennio scorso nei paesi presi in esame: un aumento (quasi interamente registrato fra i maschi in età lavorativa) che lo studio mostra essere strettamente legato, nel tempo e nello spazio, al parallelo aumento della disoccupazione provocato dall’applicazione forsennata delle politiche neoliberiste – e in particolare dei programmi di privatizzazione di massa – dopo il crollo dei regimi «socialisti».
Nell’insieme dei paesi dell’Europa orientale e dell’ex Urss, fra il 1991 e il 1994 le privatizzazioni portarono a un aumento del 56 per cento nel numero dei disoccupati (e a quel 12,8 per cento di crescita della mortalità citato prima); ma all’interno del quadro complessivo cinque paesi conobbero in quegli anni uno shock particolarmente violento. Russia, Kazakhstan, Lituania, Lettonia ed Estonia ebbero aumenti di disoccupazione fino al 300 per cento, mentre nel resto della macroregione considerata il contraccolpo delle privatizzazioni fu minore, per le diverse condizioni sociali e culturali presenti.
Il rapporto fra privatizzazioni accelerate e disoccupazione non ha bisogno di troppe spiegazioni: l’arrivo di privati – e con essi di una logica di profitto – alla guida di aziende in cui l’efficienza produttiva era da decenni subordinata all’utilità sociale, ha provocato quasi sempre il licenziamento di moltissimi lavoratori, in un contesto economico di crisi molto grave in cui trovare un nuovo impiego (soprattutto per persone non giovanissime) era praticamente impossibile. E il lavoro «a vita» in aziende di stato era in quei paesi, fino al ’91-’92, una condizione esistenziale globale: con il lavoro si aveva la casa, l’assistenza sanitaria, le vacanze, un’immagine sociale: perdendo il lavoro, si perdeva tutto in un colpo. E in paesi dove il fumo, l’alcol e stili di vita imprudenti erano già pericolosamente diffusi tra la popolazione maschile, lo shock psicologico di questa perdita ha portato a un vero e proprio crollo fisico. Si aggiungano altri due effetti diretti (e contemporanei) delle politiche neoliberiste come il collasso delle strutture sanitarie gratuite e il vertiginoso aumento del prezzo dei farmaci, e gli ingredienti per l’avvio di quella che a tutti gli effetti è stata una strage di massa diventano chiari.
Meglio è andata, sottolinea lo studio dei professori David Stuckler e Lawrence King, in paesi magari più arretrati ma con una migliore rete di sostegno famigliare, come in Albania, o dove c’erano organizzazioni di difesa sociale più efficienti, come in Polonia o nella Repubblica Cèca, o ancora in alcune repubbliche asiatiche dove le privatizzazioni sono state introdotte in modo molto più graduale. Lì l’aumento di disoccupazione è stato molto minore, e non ci sono state variazioni nella mortalità – anzi in qualche caso questa è addirittura diminuita.
Ma di quel milione di morti qualcuno dovrebbe ben portare la responsabilità. Ci sono infatti uomini in carne ed ossa che questo hanno voluto e imposto: l’allora presidente Boris Eltsin, ovviamente, gli «economisti» affascinati dal neoliberismo come Egor Gaidar o Anatoly Chubais, per non parlare della schiera di «consiglieri» occidentali come Jeffrey Sachs o Anders Aslund, per arrivare ai principali responsabili, ovvero statisti ed economisti dell’Occidente nostrano.
Altra tragica conseguenza del crollo del Muro di Berlino sono state le guerre nei Balcani, che dal 1992 in avanti hanno insanguinato tutta la ex-Jugoslavia e nelle quali è stato evidente il ruolo delle potenze imperialiste occidentali.
Insomma, gli odierni celebratori del crollo del Muro di Berlino non fanno che rendersi complici servili delle nefandezze e delle ingiustizie che si accompagnano all’imposizione del modello neoliberista, un modello basato sull’arricchimento dei pochi a danno della massa dei lavoratori e della gente comune, come la cronaca quotidana ci conferma in ogni angolo del mondo.
Vedi il testo completo del commento
save preference
Commenti (14 of 14)