Il tuffo fatale del pusher Abderh
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TORINO
Non sapeva nuotare. È riuscito a stare a galla per pochi minuti. Due forse tre, poi è andato giù nelle acque del Po dove si era tuffato per sfuggire a un controllo antidroga di una pattuglia della Guardia di Finanza. In tasca aveva un certificato medico di fine luglio. Ai medici delle Molinette che lo hanno soccorso aveva detto di chiamarsi Abderh Ammani Khalafa, anni 21, residente via Pavia 20, nazionalità marocchina. Generalità tutte false che non risultano in nessun archivio della Questura di Torino.
Morte di un fantasma ai Murazzi. Ieri sera, ore 19.30: due baby pusher iniziano a spacciare sul viale della movida. Li incrocia una pattuglia del 117 impegnata in un giro di perlustrazione.
I militari si fermano, aprono il portellone della Stilo, intimano ai due di fermarsi, ma mentre uno rimane immobile per consegnarsi ai militari, l’altro scappa e si lancia nel Po. Tutto normale, routine per i finanzieri impegnati nella lotta per arginare lo spaccio in una delle zone più in di Torino. Scene quotidiane di ragazzi che per sfuggire a un arresto si lanciano in acqua e scappano nei cunicoli della Torino sotterranea. Tutto normale se non fosse che questo ragazzo di un metro e sessanta scarsi coi capelli ricci e una maglietta chiara non sapesse nuotare e che un mese fa si è pure rotto una clavicola e forse non aveva recuperato la piena funzionalità dell’arto.
I militari lo vedono in acqua, lui riesce a rimanere a galla. Allora convincono l’altro pusher a collaborare: «Dai, vieni fuori che non ti fanno niente» gli dice. Ma il suo amico non lo ascolta, rimane in acqua, forse lancia anche un gesto di sfida ai militari: «Venite a prendermi». Questione di attimi e il pusher annega. Quando i vigili del fuoco arrivano sul posto c’è bisogno dei sommozzatori. Uno di loro si cala dall’elicottero. Si comincia a dragare il fiume, la luce è ancora sufficiente per vedere. Un agente si immerge, quando torna su non è più solo. Attaccato al gancio di salvataggio c’è il corpo del giovane. Forse respirava ancora forse no, certo è che è i medici del 118 hanno provato per 50 minuti a rianimarlo. Cure incessanti, defribillatore, respirazione artificiale. Niente da fare.
Alle 20.10 l’ufficialità : è morto. L’acqua gli ha invaso i polmoni, annegato dunque.
Scene spettrali sulla banchina: il finanziere di turno guarda immobile il corpo del ragazzo: «Non ne ha voluto sapere di tornare indietro. Glielo abbiamo detto, glielo ha detto anche il suo amico. E’ voluto rimanere in acqua. Poi, di colpo è scomparso».
I vigili del fuoco lo hanno recuperato incagliato nel fondale: «Due, forse tre metri di profondità » dice Valentina Nocente, dirigente dei vigili del fuoco.
In tasca aveva 40 euro, un accendino, una tessera magnetica di un phone center di Porta Palazzo, ma niente droga. Il suo amico, che da ieri sera è ufficialmente fermato, ha raccontato poco o niente. Si è seduto per terra, piantonato da un finanziere appena sotto la scala che dà sulle arcate e si è portato le mani ai capelli. Non ha voluto dire il vero nome del suo compagno. Ci penserà stamattina l’Afis la banca dati della Questura che custodisce le impronte digitali dei pregiudicati a dargli un nome più credibile.