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Provincia di Torino | Repressione

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Parla il sedicenne che era con il marocchino annegato nel fiume.

category provincia di torino | repressione | re-imbucato da altri media author giovedì 06 settembre, 2007 18:18author by Niccolò Zancan

Il ritratto della vittima fatto dal fratello - "Caduto nel Po per una manganellata"

La Finanza: "I nostri agenti erano in auto quando si è tuffato"
Il minorenne è scappato dalla comunità protetta di cui era ospite Sale la tensione tra i connazionali

«Hanno colpito il mio amico con il manganello, ecco perché è caduto nel fiume». Elmehdi Matrasse compare misteriosamente a Porta Palazzo alle sette di sera. È scappato dalla comunità protetta per minorenni dove i finanzieri l´avevano portato giovedì notte. Era con Abderrahme Khalafa quando è morto annegato nel Po davanti ai Murazzi. Tutti lo strattonano e gli chiedono notizie. Decine di ragazzi marocchini lo scortano fino alla stanza riservata di un piccolo bar dietro alla ferrovia Torino-Ceres. Liberano un tavolino apposta per lui. E gli dicono: «Adesso racconta la verità». Elmehdi Matrasse ha appena sedici anni. È molto spaventato. Ci sono almeno venti persone a sentire, telefonini puntati per registrare ogni singola parola: «Io e Abderrhame Khalafa eravamo seduti su una panchina, quella vicino ai battelli del Comune. Siamo amici. Eravamo lì per divertirci, niente altro».

Tre premesse necessarie prima di continuare. La prima: a Porta Palazzo il clima è teso. La testimonianza del ragazzino è considerata la prova delle bugie delle forze dell´ordine. Sui muri della piazza sono già comparsi i manifesti attaccati dagli autonomi di Askatsuna: «Giustizia e verità per Abderrahmane Khalafa. Martedì commemorazione ai Murazzi». Seconda premessa. Nessuno, in questo bar dietro la Torino-Ceres, vuole sentire pronunciare la parola spaccio. È vero: i finanzieri non hanno trovato droga addosso ad Abderrahmane Khalafa né al suo amico Elmehdi Matrasse, anche se manca il responso decisivo dell´autopsia. Ma è altrettanto vero che Abderrhamane Khalafa aveva appena scontato otto mesi di carcere per cessione di sostanze stupefacenti. Terza ed ultima premessa. La Guardia di Finanza ribadisce la versione fornita nell´immediatezza del dramma: «I nostri uomini non hanno nemmeno fatto in tempo a scendere dalla macchina che quel ragazzo era già nel fiume - spiega il capitano Francesco Spirito - la nostra ricostruzione dei fatti è riscontrabile. Né mi risulta che finora qualcuno si sia presentato in Procura con nome e cognome per testimoniare il contrario».

Ora, con nome e cognome, parla questo ragazzino, sospinto da urla, lacrime e incitamenti. «I finanzieri sono passati ai Murazzi due volte - racconta - la prima Alfetta verso le sei e mezza. Sono scesi. Io non mi sono mosso. Ho detto: "Sono qui solo per divertirmi". Abderrhmane invece è scappato via di corsa, perché lui è clandestino». Quando è passata la seconda auto? «Venti minuti dopo. È scesa giù dalla parte del Valentino. I finanzieri sono scesi e lo hanno colpito subito, quando era vicino al fiume. Ecco perché è caduto nell´acqua. L´hanno colpito qui, all´altezza del collo». Poi cosa è successo? «Il mio amico alzava le braccia. Diceva: "Mi aiuti, mi aiuti". Si vedeva che stava male». Quanto ha resistito? «Forse dieci minuti. Era vicino alla riva, molto. I finanzieri mi hanno chiesto se volevo buttarmi per aiutarlo. Ma io non so nuotare. E poi la testa di Abderrahmane è andata giù».

Magari l´autopsia dirà che non è vero niente. Che non c´è traccia di alcuna manganellata sul corpo di Abderrhmane Khalafa. L´incarico è stato affidato dal pm Roberto Furlan al patologo Alessandro Giordano e al tossicologo Michele Petrarulo, i primi accertamenti verranno eseguiti domani. Però un segno scuro sotto il collo c´è. L´abbiamo visto accompagnando il fratello Mostafa Khalafa all´obitorio. Piangeva convinto che quel segno lungo e violaceo non poteva essere altro che l´impronta di una manganellata. Toccherà alla perizia medico legale stabilirlo. Abderrahmane Khalafa è stato almeno venti minuti sott´acqua prima di essere recuperato dai vigili del fuoco. A maggio era stato investito da un´auto in corso Brescia. Clavicola rotta. Segni sul corpo che adesso può leggere solo un esperto. Come andrà chiarito il mistero degli ansiolitici trovati in tasca al ragazzo.

A Porta Palazzo gira un foto scattata con il telefonino in cui si vede il suo volto gonfio e leggermente tumefatto. Ma c´è anche da considerare il lavoro dei soccorritori, quaranta minuti di massaggio cardiaco conclusi con una tracheotomia. Dubbi. Mentre di sicuro non può fornire indicazioni utili la telecamera collegata alla questura posiziona proprio in quel punto dei Murazzi. Era rivolta altrove e comunque la registrazione - che si aziona a comando - non ci sarebbe.

Ora c´è invece un funerale da 2.250 euro, bara di zinco senza imbottitura. C´è la salma di un ragazzo di 21 anni da spedire in aereo a Casablanca. Quartiere popolare di periferia. Il padre è un custode in pensione, la madre piange da tre giorni. «Mio fratello era un bravo ragazzo - spiega Mostafa Khalafa - era arrivato a Torino un anno e otto mesi fa. Partito in nave, dal Marocco alla Libia, poi sbarcato a Lampedusa. Tifava Juventus, aveva appena comprato un cd di Cheb Bilal, canzoni d´amore e di vita. Mercoledì pomeriggio aveva fatto il bucato per tutti».

Via Della Misericordia. Una mansarda di una stanza più bagno. Alto, sull´armadio dei vestiti, c´è il modellino in plastica di un barcone: «Ad Abderrahmane piaceva molto, diceva che era uguale alla nave che l´avevo portato qui».

(02 settembre 2007) - La Repubblica Torino

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