Scuola e università dall’unità ai giorni nostri

La scuola e l’università sono un apparato fondamentale della società capitalistica.

 Questo apparato, che ha come suo compito istituzionale la formazione delle nuove generazioni, segue l’evoluzione di questa società. E vi svolge uno specifico ruolo in ogni tappa del suo sviluppo. La scuola, di ogni ordine e grado, e l’università hanno sempre seguito l’accumulazione del capitale e l’evoluzione della forma Stato ed hanno sempre riflesso gli interessi delle classi dominanti; adeguandosi, in modo più o meno funzionale, ma stabilmente, alle loro esigenze complessive, in ogni periodo o stadio del loro dominio. Esse conservano e riproducono i loro tratti fondamentali di classe nel mentre assumono e sviluppano i caratteri nuovi richiesti dall’evoluzione complessiva del sistema economico e sociale. Per dare un quadro retrospettivo delle trasformazioni e adattamenti alle esigenze del sistema, nelle varie fasi del suo sviluppo, compendiamo il ruolo svolto da questo apparato nella seguente periodizzazione.

1°) 1860-1890: nella fase di nascita la scuola è statale, obbligatoria e gratuita, e svolge il compito di alfabetizzazione della popolazione; essa viene sottratta al monopolio ecclesiastico ed utilizzata dalla nuova borghesia per consolidare il quadro nazionale uscito dalle guerre d’indipendenza, preparare manodopera generica e sudditi ubbidienti; è la scuola dell’unificazione del mercato interno e dello Stato unitario. L’università è riservata alla borghesia.

2°) 1890-1919: in questa seconda fase la scuola si adegua allo sviluppo dell’industria con l’estensione dell’obbligo scolastico a 12 anni, il passaggio della gestione dai comuni allo Stato, la qualificazione della manodopera (scuole operaie e istituti industriali), l’avvio dell’indirizzo scientifico nell’insegnamento secondario; è la scuola della maturazione industriale del capitalismo italiano e del suo passaggio all’era imperialistica. L’università è aperta alle classi medie.

3°) 1920-1950: in questo terzo periodo la scuola diviene l’apparato di base per la massificazione dell’insegnamento e della disciplina scolastica; la secondaria e l’università forniscono nuovi quadri, burocratici e tecnici, nonché gli accademici, al nuovo blocco di potere finanziario-industriale-agrario; è la scuola del capitale monopolistico nello stadio iniziale dell’interventismo statale.

4°) 1951-1968: in questo quarto periodo la scuola ha il compito di formare una forza-lavoro di massa di grado medio di istruzione più elevato e specializzato occorrente all’ascesa post-bellica del sistema economico; si ha il completamento della scolarizzazione di massa con la statalizzazione della scuola materna: l’estensione della scuola dell’obbligo a 14 anni; l’unicità dell’istruzione media inferiore. Agli istituti tecnici si affiancano gli istituti professionali, strumenti più flessibili al servizio dell’industria. L’università si apre alla piccola-borghesia e a uno strato operaio. È la scuola del capitale monopolistico dell’intervento programmato dello Stato e del blocco finanziario-industriale-urbano.

5°) 1969-1980: in questa fase la scuola ubbidisce all’esigenza di massificazione-selezione degli studi, posta dalla riorganizzazione produttivistica e multinazionale del sistema economico; viene introdotto il tempo pieno nelle elementari, nonché la scheda di valutazione finalizzata al controllo statale; la scuola viene piegata a produrre forza-lavoro modulare e tecnica; l’università, mentre da un lato sforna lauree di vecchio tipo, dall’altro seleziona e specializza coi corsi post-universitari. È la scuola del capitale monopolistico multinazionale finanziato dallo Stato.

6°) 1981-1991: la scuola si trasforma in un apparato per la “formazione permanente”; per la creazione di forza-lavoro modulare e fungibile, adatta a tutti gli usi richiesti dal mercato e dalle imprese. Esso ingloba tutto il materiale umano, potenzialmente dall’infanzia alla maggiore età, mediante l’estensione dell’obbligo scolastico (estensione continuamente differita sul piano legislativo ma operativa di fatto) che predispone attraverso la disciplina e il sapere tecnico strumentale le nuove leve, dall’asilo alla secondaria superiore, alla fungibilità e alla svalorizzazione. L’università accentua i propri caratteri selettivi mediante l’alto costo e la lunghezza degli studi. Scuola e università subiscono, nel loro insieme, l‘azione disgregante, snazionalizzatrice e autonomistico-privatizzatrice, del capitale elettronico-informatico sotto l’egida del blocco parassitario.

7º) 1992-1999: è la fase del riassetto autonomistico-manageriale-privatistico di scuola e università, che si modella sull’impianto del modello asfittico di economia, produttivistico-competitivo-aggressivo, instauratosi nel 1992 come reazione alla crisi generale di sovrapproduzione. Il riassetto scatta il 9/8/1993 con il decreto taglia-classi con cui vengono messi a disposizione 100.000 insegnanti e soppresse 57.000 classi. L’apparato scolastico viene frantumato in un complesso di scuole-azienda gettate nel mercato, mosse da ritmi differenziati e territoriali, votate al tecnicismo e all’ignoranza e al confessionalismo e centrato sulla formazione di base. L’università sviluppa i suoi tratti elitari col numero chiuso l’obbligo di frequenza e i carichi di studi inutili. Espansione sul mercato della formazione-istruzione dell’influenza delle scuole confindustriali e confessionali, specialmente nei settori alti del sapere, secondo una tendenziale divisione dei ruoli nella sfera inferiore e superiore dell’istruzione tra scuola pubblica e scuole private (1).

8º) 2000-2006: il sistema Italia entra in depressione; viene lanciato il nuovo modello di istruzione e degli studi, basato sul riordino dei cicli, sui crediti e debiti formativi e su lauree prolungate e lauree brevi, sul 3+2. Il riordino è finalizzato all’alfabetizzazione informatica, alla formazione di forza-lavoro flessibile, funzionale alle aziende, e di tecno-burocrati adattabili al parassitarismo finanziario e ligi al potere (2). Finisce anche di nome la scuola unitaria ed inizia la scuola differenziata, territoriale. Ai programmi ministeriali subentrano i curricoli personali (e personalizzati) e i Pof (3). I tratti caratterizzanti del nuovo modello di scuola sono: a) l’insegnante diviene risorsa strategica; perde ogni connotato intellettuale e umano e diventa una pedina del mercato dell’istruzione; con preminenza della sua funzione quantitativa a scapito di quella qualitativa; b) i contenuti formativi vengono sottomessi alle tecniche di comunicazione; si premiano le qualità tecniche dell’insegnante sulle sue conoscenze e sul suo sapere effettivo; c) gli alunni e studenti debbono adattarsi agli strumenti comunicativi; d) l’apparato scolastico, impiegato come ariete della competizione e della conflittualità intersistemi, comprime ogni capacità di sviluppo personale e attua una selezione militaristica. Il sapere universitario diventa una merce sempre più svalorizzata. L’università viene sottoposta a un riassetto elitario gerarchico e affaristico. I tratti di questo riassetto sono: a) mercatizzazione della ricerca e precarizzazione di docenti borsisti dottorandi; b) divaricazione crescente tra atenei addetti a sfornare diplomati ignoranti e titoli senza valore e atenei d’élite ad alta formazione; c) svalutazione delle conoscenze accumulate e sottoposizione gerarchica dei docenti ai capi (4); d) tassazione crescente. 

(1) Nel Supplemento 1/12/1999 così sintetizziamo: la scuola contemporanea, “pubblica” “confindustriale” “convenzionale”, è un apparato aziendalizzato diretto a sfornare forza-lavoro flessibile e personale tecnico e burocratico, all’insegna dell’individualismo, della competizione, della rendita finanziaria e della sopraffazione.

(2) L’imperativo del riordino dei cicli è imparare a rendersi disponibili ad ogni uso, istruirsi per digitare, digitare. Il nuovo modello diventa operativo il 10/9/2001 ed è lanciato verso la schiavizzazione digitale della mente e del corpo.

(3) Il 10 settembre 2000, quando prende pratico avvio il nuovo modello scolastico basato sull’autonomia degli istituti, si rendono superflui 50.000 insegnanti.

(4) La riforma Moratti, introdotta nelle scuole il 10/9/2003, ha impresso al riassetto aziendalistico-mercantilistico dell’apparato scolastico e delle università un carattere più affaristico e meritocratico.

Analisi e documenti del raggruppamento di “Rivoluzione Comunista” http://digilander.libero.it/rivoluzionecom/