Stavolta è difficile perdonare.

Un tempo gli anarchici volavano giù dalle finestre, ora dai tralicci. Stavolta è difficile perdonare.

di Andrea Doi

Conosco Luca Abbà da diversi anni, come in molti, che hanno attraversato i movimenti torinesi, conoscono il suo volto. Non bene da essere suo amico, ma quanto basta per due parole e un saluto.

È una persona normale, non il leader come in tanti dicono(il solito vizietto italiano di mettere etichette) del movimento No Tav, ma un militante, di quelli più presenti. Uno dei molti che da decenni lottano contro la linea ferroviaria ad alta velocità in Val di Susa.

Secondo certi teoremi giudiziari Luca Abbà dovrebbe essere uno di quelli “buoni”, altrimenti sarebbe finito dietro le sbarre durante l’ultimo blitz o negli atti della Procura. È un anarchico. Senza aggiungere aggettivi dopo questa parola, tipo “insurrezionalista”, appartenente al “blocco nero” (italianizzazione dei famigerati black bloc).

Non è un pazzo o un suicida. Oggi Alessandro Sallusti nel suo editoriale su “Il Giornale” dice che Abbà non è un eroe ma un “cretinetti” un “bullo”, uno che “se l’è cercata e l’ha trovata”. Poi Sallusti, dopo gli insulti augura che Luca possa riprendersi.

Ecco: in un Paese normale il direttore de Il Giornale sarebbe stato già querelato, come di solito querela lui e i suoi quando uno osa dargli anche solo del “birichino”.

Tutto è concesso a chi spesso dimentica il valore del proprio mestiere per alimentare incendi in ambienti già belli caldi. Come “Libero” che ha messo in piedi un sondaggio dove si chiedeva ai lettori se Luca Abbà “se l’era meritata”. Questo non è terrorismo mediatico? Se a cadere fosse stato Vittorio Feltri o Alessandro Sallustri e se un sito, Radio Black Out, Infoaut o un qualsiasi profilo facebook di movimento avesse organizzato il sondaggio “Feltri se l’è meritata?”, beh scommetto i pochi euro che ho nel portafoglio che si sarebbe gridato al ritorno delle Brigate Rosse, ad un pericolo terroristico, alle bombe, etc.etc.

Ma torniamo a Luca. Non è certo un bullo e tantomeno un cretinetti. Non se l’è cercata. Stava compiendo un’azione di disobbedienza su un traliccio. Voleva protestare contro gli espropri in atto, tra cui il suo terreno, che coltiva per vivere, come facevano i suoi nonni e suo padre. Non è precipitato mentre tirava sassi o bombe carta. Era disarmato. E mentre saliva faceva dell’informazione, raccontando in diretta per una radio ciò che stava accadendo. Tutto questo mentre un carabiniere-rocciatore (giuro che ero rimasto a quelli a cavallo con il pennacchio) saliva per raggiungerlo. Ma perché salire? Un funzionario della Digos sul posto dopo il fattaccio si è posto la stessa domanda. Perché tentare di catturare Luca Abbà con un inseguimento su un traliccio dell’alta tensione, costringendolo a cercare vie di fuga tra i cavi elettrici?

A volte il “cielodurismo” di una divisa (nessuno si offenda, ma sono i fatti a dirlo) fa fare cose insensate. Pericolose. Come sparare da un lato all’altro dell’autostrada ad una macchina ferma.

Tutti conosciamo il nome della vittima, ma del carabiniere che si è lanciato nella corsa verticale non abbiamo neppure un numero di matricola. Come sempre.

Ci sono incidenti e incidenti. Questo volo da dodici metri non è da archiviare come uno normale. Basta la logica. Non serve Sherlock Holmes per capire che se nessuno avesse tentato di raggiungere Abbà, com’è dimostrato dai video, probabilmente ora sarebbe con gli altri attivisti No Tav a protestare contro gli espropri e non su di un letto di ospedale, in coma.

Altri erano saliti sul quel maledetto traliccio. Lo dimostra la bandiera No Tav che sventola da mesi. E nessuno era rimasto folgorato.

Un tempo gli anarchici volavano giù dalle finestre delle questure. Ora dai tralicci. Ma la sostanza non cambia: la verità è sempre la prima vittima in queste drammatiche vicende.

Concludiamo ripensando a quel video pubblicato da “Il Fatto Quotidiano” e girato da “Servizio Pubblico” di Santoro. Fa male vedere il corpo di Luca circondato da agenti in borghese di polizia, uno armato di telecamera che filma lo strazio. Fa male vedere che l’ambulanza dopo 20 minuti non è ancora arrivata e fanno male le lacrime dei compagni, amici di Luca che chiedono “aiuto”, mentre intorno a loro e al corpo di Abbà, continuano i lavori d’esproprio. Tutto questo non è altro che il simbolo di un capitalismo, di un Impero, che per raggiungere il suo scopo e profitto, va avanti, passando sopra le persone, che esse siano ancora vive o già morte.

Come recita quello striscione, questa volta sarà difficile perdonare.

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