Lotta Comunista e l’altoforno imperialista

LOTTA COMUNISTA E L’ALTOFORNO IMPERIALISTA

Dopo la penosa presa di posizione pubblicata sul giornale di luglio-agosto 2012 (vedi “Che vergogna Lotta Comunista sul caso Ilva”) e una pausa di riflessione (salvo un breve accenno) nel numero di settembre, nel giornale di Lotta Comunista di ottobre 2012 si affronta di nuovo la questione. Lo fa ancora una volta Paolo Rivetti nell’articolo di ultima pagina e lo fa anche tal P.M. a pagina 11 in un dottissimo studio, dallo stile linguistico che non ammette repliche (come si conviene a un partito di scienziati con la S maiuscola), sulla “battaglia mondiale dell’acciaio” e “le ciminiere d’Europa incalzate dall’Asia”.

 

L’articolo di Rivetti corregge il tiro rispetto a due mesi fa. Non più difesa della fabbrica e del posto di lavoro ma addirittura: “L’uso aziendale del ricatto occupazionale, nel tentativo di farsi cavare le castagne dal fuoco dalla lotta operaia, è quasi esplicito. L’unico criterio che deve guidare quest’ultima è la salvaguardia del salario delle decine di migliaia di lavoratori coinvolti a Taranto e nella filiera siderurgica posta a valle di questa” (tra cui i companeros di LC addetti all’Ilva di Genova).

Salario (reddito) garantito insomma.

 

L’articolo dice inoltre che il rallentamento dell’economia mondiale si riflette anche nel settore siderurgico, nella UE il consumo di acciaio calerà nel 2012 del 5,6% e per questo motivo sono in corso dismissioni. Poi si chiede se l’imperialismo italiano accetterà la chiusura di uno stabilimento strategico per la produzione di acciaio in Italia come quello di Taranto. Infine constata come ancora una volta ci troviamo di fronte a un caso in cui l’eccessiva capacità di produrre è un problema, tipico della società capitalistica.

 

E’ da notare che rispetto agli sviluppi sul campo non si parla per nulla delle svariate mobilitazioni dei cittadini di Taranto. Ma quello che è più assordante è il silenzio (imbarazzato?) sulla questione ambientale, che era stata così arrogantemente liquidata due mesi fa e che grazie alla lotta dei tarantini è rimasta così in primo piano da orientare l’atteggiamento stesso del governo, che ha pubblicato un AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) molto più rigida delle precedenti e avallato i dati aggiornati del dossier “Sentieri”, inerenti l’aumento dei tumori nel rione Tamburi nel periodo 2003 – 2009, presentato il 22 ottobre dallo stesso ministro della salute Balduzzi.

 

A proposito degli sviluppi della vicenda: il 6 novembre, giorno entro il quale i vertici di Ilva dovevano presentare un piano di risanamento per ottemperare all’AIA, da parte loro è arrivato uno scarno comunicato nel quale come precondizione ad ogni intervento si rivendica il mantenimento in funzione degli impianti a caldo, oltre all’annuncio di cassa integrazione per 2000 dipendenti degli impianti a freddo a partire dal 19 novembre.

Una mossa che si aggiunge a tutte quelle per cui questi personaggi verranno nei secoli ricordati nient’altro che come dei luridi assassini, ma che difficilmente permetterà loro di evitare lo spegnimento dei mortiferi altiforni.

 

Tornando a Lotta Comunista e venendo all’articolo firmato P.M. a pagina 11, vi si descrivono per sommi capi le tappe della produzione dell’acciaio in Europa e nel mondo, le ristrutturazioni e le concentrazioni degli impianti, la dislocazione e la modernizzazione degli altiforni.

Al di là della messe di informazioni, anche utile di per sè, quello che conta è dove va a parare il discorso, e qui le tesi di fondo sembrano essere essenzialmente due: primo, nella società l’acciaio è importante in ogni ramo della produzione, da quello dei telefonini a quello delle automobili, e secondo “Produrne grandi quantità, con le caratteristiche di peso, meccaniche e chimiche necessarie, richiede l’altoforno”. Tanto che, ipse dixit, “Anche l’auto ecologica nasce dalla cokeria”.

 

Ancora una volta i grandi scienziati di Lotta Comunista sono talmente intenti a studiare il capitalismo così come si è sviluppato nei secoli passati che finiscono con il ritenere ineluttabili certi suoi modi di funzionamento, non solo non riuscendo a immaginare una società diversa, ma neanche a cogliere segnali di evoluzione in quella già esistente!

Ad esempio, proviamo a considerare l’eventualità che si possa produrre acciaio senza altiforni, cosa che peraltro viene sottointesa nell’articolo di P.M. quando si afferma che gli impianti integrati sono alla base dei due terzi e solo dei due terzi della produzione siderurgica mondiale; facendo una breve ricerca scopriremo che già ora in molte parti del mondo il ciclo integrato (cokeria, altoforno etc.) viene sostituito (e sempre di più sarà, a quanto pare) con il cosiddetto ciclo rottame, ovvero il riciclo dei rottami ferrosi, che richiede il forno elettrico ad arco (che P.M. menziona ma senza nulla spiegare); il riciclo può avvenire praticamente all’infinito e oggi dopo due secoli e più di industrialismo sfrenato dispone di una quantità di materiale enorme.

Gli impianti dotati di forno elettrico (in gergo internazionale EAF) dispongono di minore personale e possono essere fermati senza problemi tecnici in ogni momento per manutenzioni generali, riduzione di produzione ecc.

 

L’altoforno sopravvive perchè “Per i produttori di acciaio è considerato “una tecnologia «matura» che ha raggiunto (…) livelli di efficienza e produttività. Queste prerogative hanno in parte scoraggiato la ricerca di processi alternativi” (vedi dossier Federacciai “Acies. Acciaio competitivo intelligente e sostenibile”, 2008).

Come il nucleare, il ciclo integrato sembra essere un modo di produrre che dà molto profitto ed è appannaggio solo dei grandi colossi imperialistici, che dunque hanno tutto l’interesse a mantenere gli altiforni accesi per concentrare la produzione, e il profitto, nelle loro avide mani.

 

Come mai la prospettiva futura di una produzione di acciaio quasi esclusivamente da riciclo viene praticamente ignorata dai grandi scienziati di LC? Probabilmente un fattore importante è che essendo cresciuti all’ombra degli altiforni dell’Ilva di Genova tanto celebrata da Cervetto nei suoi ricordi, li hanno interiorizzati a tal punto da faticare mentalmente a separarsene, anche se in quella città a quanto pare qualcuno l’hanno già tirato giù.

 

Ci sarebbe da discutere ancora, ad esempio sulla necessità, nel mondo, di tutto questo acciaio, su quanto ne venga oggi prodotto e utilizzato per scopi assolutamente inutili e anche dannosi al genere umano (ad esempio gli armamenti, un aspetto particolarmente deleterio della sovrapproduzione cui accenna Rivetti), oppure, per restare all’esempio delle automobili, sui modelli di mobilità alternativi. Magari P.M. ci si butta, e per il mese prossimo ci dice qualcosa.

 

Una considerazione finale che si può ribadire al termine di questa parziale disamina è che la rivoluzione comunista non è un evento magico che di certo calerà dall’alto tra chissà quanti anni ma consiste essa stessa nell’opera di trasformazione concreta della società, esercitata dagli uomini che consapevolmente o no applicano i principi del comunismo.

Si tratta dunque di contrastare concretamente, giorno per giorno, l’imperialismo e le sue molteplici espressioni, fermando le sue guerre, riducendo la sua sovrapproduzione, opponendosi alle sue “grandi opere” inutili, alle sue carceri, alle sue frontiere fatte di check-point e filo spinato, e non ultimo spegnendo i suoi altiforni che distruggono, come a Taranto, territori e vite umane.

 

novembre 2012
image
lotta_comunista_e_laltoforno_imperialista.doc
che_vergogna_lotta_comunista_sul_caso_ilva.doc