IL PARTITO degli “STRANI SOLDATI”.

La “globalizzazione” è il movimento reale prodromo

al superamento dello stato di cose presenti.

L’internazionalizzazione capitalista,

planetizzando questo modo di produzione, riproduzione e consumo della vita reale, universalizza lo sfruttamento salariato,

ma anche la classe che lo subisce, unificandola nella condizione “in se”,

e preparandola a trasformarsi in quella “per se”.

Opporsi alla globalizzazione”, nella forma protezionistica di Trump,

o in quella sovranista della Brexit, o in quella euroscettica dei “no sociali”

è inutile oltre che utopico.

Il “mondo nuovo 4.0” di oggi è il frutto di movimenti e condensazioni profonde determinatesi in decenni di pesi, contrappesi ed aggiustamenti alla ricerca di un nuovo equilibrio pluripolare non ancora raggiunto;

esso può essere frenato, ritardato, ma non impedito.

Dal punto di vista rivoluzionario occorre coglierne il “lato buono” nell’accelerazione del processo di formazione,

contaminazione e concentrazione del proletariato nella metropoli imperialista, nella mondializzazione della

sostanza infiammabile della rivoluzione sociale.

Non si tratta di resistere alle faglie di rottura del presente movimento sociale, ma di intravvederne la potenza tellurica,

sulla quale costruire qualcosa di travolgente .

Come nella fisica la “derivata” non procede nel senso di nessuna delle forze che la producono, cosi’ la “derivata sociale”

del “mondo del caos” è ancora sconosciuta,

ma tra le potenze in campo si moltiplica lo “strano soldato”.

 

1917-2017: una nuova scissione per una nuova rivoluzione

IL PARTITO degli STRANI SOLDATI

Per un programma incompatibile del movimento rivoluzionario

Trump è un effetto del cambio di stagione (ma non di destinazione!) della globalizzazione, non la causa.

Da ricercare invece proprio nell’internazionalizzazione del modo capitalistico di produzione, e nell’accelerazione geotemporale di questo dopo il crollo del muro di Berlino, la riunificazione Tedesca, l’irruzione sul mercato mondiale dell’Officina del mondo” asiatica, la continentalizzazine della competizione imperialistica, e persino dopo la “lunga crisi” e l’odierno tentativo di superarla.

Una fase diversa della globalizzazione, che vede una progressiva ritirata strategica americana ( declinata prima nella timidezza di Obama sullo scacchiere medioorientale ed ora nell’aperto protezionismo sovranista di Trump) a segnare la formalizzazione dell’indebolimento occidentale nei rapporti di potenza mondiali, e nella ricerca di un nuovo equilibrio non piu’ segnato dal ritmo e dalla guida occidentale (e statunitense in particolare ).

Oggi, la star di Davos del mese scorso ( dove di no-global oltre Trump non c’era nemmeno l’ombra! ) è la Cina di Xi, nuovo garante della globalizzazione prossima ventura, dove le grandi decisioni verranno prese dai “grandi esclusi” di ieri come Cina, India, Brasile, ma anche da una parzialmente ritrovata potenza ed influenza Russa.

Una nuova fase globalizzatrice che, se da una parte sprona al rinnovamento i processi di formazione e compattamento dei blocchi continentali (vedi nuova fase della “U.E. a piu’ velocità flessibili proposta da Benelux e sostenuta dalla Germania e dalla Francia, ma anche dall’Italia) anche e soprattutto nella corsa al riarmo ed alla costituzione di eserciti continentali, dall’altra produce politiche e movimenti reazionari di massa a carattere isolazionista-euroscettico che scaricano nel razzismo e nella xenofobia l’utopistica voglia di “sovranità” nazionale.

Lavori in corso per un “mondo nuovo” dove l’ex “faro del comunismo” cinese diviene l’icona della “libera competizione planetaria”, candidandosi al ruolo di partnership con gli U.S.A. trovando in Trump (e parzialmente in Putin) la spalla in funzione anti U.E. .

E’ il “mondo nuovo” disegnato dai padroni dell’est, a sancire processi decennali di “cessione di potenza” economica, politica e militare da parte di un occidene indebolito, che risponde in ordine sparso con politiche continentali ( ma nche tra i singoli stati dentro i blocchi continentali ) diverse, in America di “chiusura”, in Europa di “rilancio differenziato”.

Un mondo in via di cambiamento ed in cerca di un riequilibrio di forze e potenze, di una ridislocazione di accordi ed alleanze, che tenta, riuscendoci purtroppo, di scaricarne il prezzo sul proletariato e sul progressivo inpoverimento di massa della ex “classe” media.

Anche la potenza Vaticana, sempre meno Italo ed Eurocentrica, si adegua applicando la dottrina “compassionevole” e dividendo artatamente il mondo in un “nord contro un sud”, non schierandosi apertamente contro il Trumpensiero (le cui politiche antiabortiste e sessiste trovano udienza nella parte piu’ retriva del popolo cattolico), nell’attesa di un’applicazione pratica temperata rispetto agli annunci “guerrieri” della passata campagna presidenziale.

L’Europa attraversata dal vento euroscettico tenta di adeguarsi alla nuova competizione globale prendendo atto della realtà del proprio processo di unificazione, dei successi e dei ritardi di questo, come delle endemiche diversità nei tempi, ritmi e velocità di adesione e partecipazione alla U.E..

Il movimento reale sta imponendo all’Europa una revisione della propria marcia verso l’unitarietà continentale, piu’ corrispondente, del resto, alla materialità dei processi in corso.

Le “diverse velocità” all’ordine del giorno in Benelux esistono da tempo, sono parte costitutiva dei trattati cosi’ come nella pratica delle variabili “cooperazioni rafforzate”.

Adesso, ad un sessantennio dalla firma dei trattati di Roma, la formula per difendere e rilanciare la U.E. diventa quella delle “integrazioni differenziate”, una sorta di cerchi concentrici a “varia intensità di adesione”intorno al nocciolo duro, e decisionale, di “cooperazioni rafforzate” suscettibili di allargamenti o restrizioni.

E’ questa una contemporanea risposta a Trump e alla Brexit, ma anche il tentativo di rendere unitarie le riforme economiche, le regole di controllo del bilancio pubblico, le politiche securitarie, di controllo e selezione dei flussi migratori.

In particolare, sulla scia di una storica esigenza continentale, accelerata dalla messa in discussione Trumpiana dell’ombrello NATO (ed in preparazioni di possibili confronti interimperialistici non piu’ solo commerciali!) viene rilanciata con forza l’idea di un esercito europeo (si vuole spendere in 10 anni il 2,5% del p.i.l. per adeguare le forze armate nazionali alla “defence compact”!), con il corollario di ideologie “legge, ordine e controllo sociale” che la caratterizza.

Probabilmente, per i padroni europei, è questa una strada obbligata dopo Brexit ed in presenza di montanti convulsioni euroscettiche che, prendendo atto di non poter piu’ puntare ad un passo condiviso dei singoli stati dell’unione, tenta di tramutare questa debolezza in una nuova forma propria di movimento del processo U.E..

L’Italia si trova a metà del guado nel suo essere “degna dell’euro” con un deficit pubblico elevato ed una pubblica amministrazione ancora da snellire e velocizzare;

le uniche, vere riforme, Renzi come i governi che l’hanno preceduto le hanno fatte contro i lavoratori, aumentando tempi, ritmi e durata dello sfruttamento, e diminuendo diritti e libertà normative e contrattuali.

La fotocopia Gentiloni, al di la della durata del suo governo, conferma l’intenzione di esserci anche nella “nuova Europa” a continuare l’opera di “contrattazione del debito” scambiata con le riforme e le annunciate “nuove privatizzazioni” di Padoan, candidandosi, se promossa, ad entrare nel club Franco-Tedesco delle attuali “cooperazioni rafforzate”.

Dal punto di vista di classe, e di una classe che sta partorendo l’operaio europeo multinazionale, necessiterebbe una risposta adeguata, coordinata, continentale.

Una risposta che non c’è, o quantomeno che si esprime episodicamente, in forma categoriale, e che difficilmente porta a acsa risultati concreti.

Certo incide su questa insufficenza la fase di profonda ristrutturazione dell’intero ciclo economico ed industriale europeo, ma anche la mancanza di un coordinemento delle lotte economiche che potrebbe organizzare almeno una ritirata ordinata e strategica anche in questa situazione.

Assistiamo invece al completo asservimento sciovinista e complice del sindacalismo confederale di stato (sia pur con le differenze esistenti nelle storie di piu’ o meno intenso legame sindacale col parlamentarismo in Germania, in Francia, o in Italia etc.), ma anche alla frammentazione di un sindacalismo autonomo e di base che, da piccolo, è diventato nano.

In Italia, se possibile, la situazione è anche peggiore, a fronte ormai di un “movimento” già poco antagonista diventato “alternativo”, alla ricerca della sponda politica perduta, portatore d’acqua a “campagne” piu’ o meno elettoral-referendarie spesso in perdita e comunque fuori da un contesto di classe.

E’ chiaro che ciò che resta del tessuto informale di avanguardie operaie e di strutture rivoluzionarie rappresentano una minoranza che solo se chiude il conto con tutto l’opportunismo intermedista può avere una prospettiva.

Occorre riunificare le forze in una componente minoritaria ma compatta, che abbia una visione generale del presente ciclo storico in cui “costringere” l’intervento pratico, organizzando “campagne” unitarie ed incompatibili, che abbiano la capacità di sintetizzare anche in un solo slogan semplice una prospettiva sulla quale misurarsi.

DIRITTO alla VITA” per attrezzarsi ai tempi bui che ci aspettano, come programma generale tendente a riunificare il proletariato migrante con quello autoctono; contro il “diritto giuridico”individuale da elemosinare in qualche urna, il “diritto alla vita” di classe da conquistare nella lotta.

Oltre la crosta fallace dell’apparenza contingente, il movimento reale profondo della società lavora per noi sui tempi medi e lunghi della rivoluzione.

Gli “strani soldati” stanno diventando un esercito mondiale, certo senza coscienza, sfruttati e disarmati.

Ma intercettabili……….

Pino ferroviere