Minzolini, Senato respinge decadenza. M5S attacca: scambio con il Pd. Lui: «Mi dimetto in ogni caso»

Il Senato ha respinto la decadenza di Augusto Minzolini. La proposta della giunta delle Elezioni, in applicazione della legge Severino, in seguito alla sentenza di condanna a due anni e sei mesi di reclusione per peculato per l’uso indebito della carta di credito aziendale di cui aveva disponibilità l’ex direttore del Tg1, era di dichiarare decaduto dal mandato parlamentare l’esponente azzurro, per incandidabilità sopravvenuta. Il Senato con 137 sì, 94 no e 20 astenuti ha approvato invece un ordine del giorno presentato da Forza Italia che respinge la proposta della giunta. Il voto dell’odg è stato accolto da un lungo applauso.

«Ora mando la lettera» di dimissioni, ha confermato Minzolini entrando in ascensore, ribadendo quanto annunciato prima del voto. Dimissioni che l’ex direttore del Tg1 aveva assicurato sarebbero arrivate qualunque fosse stato l’esito della votazione.

«Dopo però – aveva dichiarato – non prima perché voglio appunto che il Senato si esprima su un caso che io considero, con tutto il rispetto che posso avere per la magistratura, una grande ingiustizia», ha detto Minzolini in aula dicendosi «vittima di una vicenda kafkiana». «Alla fine di questo calvario», ha aggiunto «sono convinto che la battaglia intrapresa vada al di là della mia persona». «Sono convinto che – ha proseguito – certe incongruenze rappresentino occasione per fare punto sulla giustizia e la democrazia nel nostro Paese». Poi Minzolini ha sottolineato che «queste battaglie per essere efficaci» devono essere «sterilizzare da interesse personale. Debbono essere solo battaglie di principio».

I senatori del Pd che hanno votato insieme a Forza Italia per «salvare» Minzolini sono stati 19. Mentre quelli di Ap sono stati 23. Nessuno invece di Mdp che hanno votato quasi tutti contro. Ventiquattro Dem e 4 Mdp non erano presenti al momento del voto dell’odg con il quale è stata respinta la decisione della Giunta per le Immunità.

I 19 del Pd che hanno votato a favore dell’odg di Forza Italia che ha respinto la deliberazione della Giunta per le immunità che si era espressa per la decadenza dal mandato di parlamentare per Minzolini sono: Rosaria Capacchione, Emilia Grazia De Biasi, la vicepresidente del Senato Rosa Maria Di Giorgi, Laura Fasiolo, Emma Fattorini, Nicoletta Favero, Elena Fiossore, Stefania Giannini, Pietro Ichino, Luigi Manconi, Alessandro Maran, Salvatore Margiotta, Claudio Moscardelli, Massimo Mucchetti, Francesco Scalia, Ugo Sposetti, Gianluca Susta, Giorgio Tonini, Mario Tronti. Quattordici Dem invece si sono astenuti e tra questi Andrea Marcucci e Sergio Zavoli.

«Oggi la legge Severino non esiste più». Lo afferma, strappando letteralmente una fotocopia della legge varata nel novembre 2012, il vice presidente della Camera Luigi Di Maio in una conferenza stampa, organizzata a Palazzo Giustiniani. «Abbiamo capito che non si può andare a votare perché devono risolvere le loro magagne, ed è stato creato un precedente pericolosissimo», attacca Di Maio che sottolinea: «non vi lamentate se i cittadini manifestano in maniera violenta fuori al Parlamento se dentro si fanno atti eversivi. Fate prima a riaprire le patrie galere».

«Dal Senato oggi è arrivato un atto di una violenza inaudita, un atto eversivo contro le istituzioni della Repubblica. Il Pd oggi sancisce che la legge non è uguale per tutti», insiste Di Maio. «Stanno attenti alle loro poltrone e questa storia del garantismo di cui parla Renzi è un’ignobile menzogna, è la prassi della partitocrazia», attacca Alessandro Di Battista.

«Tra il Pd e FI c’è stato di fatto un voto di scambio. I dem ieri hanno salvato Lotti per lo più uscendo dall’Aula e facendogli abbassare il quorum e loro oggi gli hanno salvato Minzolini che resta senatore di FI. È una vera vergogna. Hanno dimostrato di essere una Casta che vuole restare al di sopra della legge», aggiunge l’esponente M5S Mario Michele Giarrusso.

«Non me l’aspettavo, davo per scontato il voto sulla mia decadenza», ha detto Minzolini visibilmente emozionato subito dopo il voto. Però mentre riceve congratulazioni bipartisan dai colleghi parlamentari che lo hanno appena sostenuto ripercorre le tappe del discorso appena fatto. Nega però l’intervista al Tg1: «Sarei masochista», commenta. «Scriverò la lettera di dimissioni» risponde poi a chi chiede conto dell’annuncio fatto in Aula della rinuncia al mandato parlamentare qualunque fosse stato l’esito del voto.

«Ho detto tutto nel mio intervento, ma meno di quello che avrei potuto dire, mi sono mantenuto avrei potuto dire molto di più sulle ingiustizie subite», si lascia sfuggire e si sofferma sulla questione della commistione tra magistratura e politica. «Complimenti per il voto di riforma della giustizia», ironizza infatti Maurizio Gasparri stringendogli la mano. Mentre il Dem Massimo Mucchetti lo abbraccia dicendo: «Complimenti, Minzolini! La nostra linea era per la libertà di coscienza, io ho votato per il no alla decadenza». Anche Antonio Razzi si avvicina per complimentarsi. Minzolini racconta stupito di aver avuto solidarietà anche da M5S.

Il gruppo di FI del Senato aveva presentato nell’Aula di Palazzo Madama due ordini del giorno per evitare che l’Assemblea si pronunciasse sulla decadenza dal mandato parlamentare di Minzolini: uno punta a far tornare in Giunta per le Immunità la vicenda, l’altro a respingere la deliberazione della Giunta che a luglio decise di proclamarlo decaduto dall’attività di parlamentare perché condannato con sentenza passata in giudicato. Il gruppo del Pd ha dato ai suoi senatori libertà di coscienza.

Sul tavolo le questioni emerse in occasione dell’esame di casi analoghi, a partire da quello che portò alla dichiarazione di decadenza di Silvio Berlusconi. In particolare per la difesa la previsione dell’incandidabilità sopravvenuta (e la conseguente decadenza dal mandato parlamentare) avrebbe natura di sanzione penale, sottoposta quindi al principio di non retroattività sancito dall’articolo 25, secondo comma, della Costituzione.  La previsione della incandidabilità – anche sopravvenuta – per come introdotta dalla legge Severino, è la replica della relatrice Lo Moro, «esprime tutt’altra ratio», per cui «le previsioni latamente afflittive introdotte dalla legge Severino non posseggono né manifestano alcun intento propriamente e tipicamente sanzionatorio e sono, invece, volte esclusivamente a soddisfare la determinazione puntuale dei requisiti cui condizionare l’accesso e la permanenza in un organismo elettivo nazionale o locale».